Quello che è considerabile il testamento spirituale di Bergman, è una bellissima epopea che ripercorre il periodo di gioventù del regista tramite la prospettiva di questi due bambini, una sorta di personalissimo "Amarcord", che riprende svariate tematiche tanto care al regista, una sorta di summa della sua poetica, tra una minuziosa descrizione del microcosmo familiare, il rapporto con la figura paterna, l'arte che diventa mezzo di espressione dell'interiorità, la paura della morte ed il grande mistero dell'esistenza di Dio.
Bergman divide l'opera in dei macrocapitoli che scandiscono la cronologia degli eventi, iniziando con la splendida scena del natale in famiglia, che prende una sorta di sentore nostalgico, mostrando la famiglia riunita alla casa della matriarca, dagli interni barocchi ed estremamente addobbati, con diversi alberi di natale, tra candele, numerosi regali ed una cena imperiale per i numerosi membri, poi spezzettando la narrazione e seguendo le vicende dei singoli nel post serata, in un mix di ironia e malinconia che descrive i personaggi, come quello dello zio donnaiolo che ci prova prima con la serva e poi torna dalla moglie, o la coppia più anziana che sottolinea il passare del tempo e l'avanzare dell'età che gli fa percepire ogni anno il natale in modo diverso, fino ad arrivare alla stanza dei bambini che lo vivono con occhio innocente ed un umore giocherellone, questa prima parte è la parentesi spensierata di Bergman che da inizio al racconto delle vicende dei due bambini, arrivando poi alla morte del padre, colto da infarto mentre è a teatro a fare le prove per l'Amleto, opera che viene spesso citata nel film stesso, anche per sottolineare la natura del rapporto col patrigno, questa fase mostra una differente reazione dei bambini di fronte alla morte, con Alexander incapace di accettarla e che vedere lo spettro del padre più volte nel corso degli anni, e Fanny come ancora inconsapevole.
La parte riguardante il matrimonio col vescovo è quella forse più soffocante, col duro rapporto che si viene a creare prima con Alexander, che lo sfida più volte, arrivando in un climax emotivo nella scena della punizione, in cui Bergman regala l'ennesima lezione di regia della sua carriera, gestendo ottimamente le emozioni e lasciando l'atto della punizione col battipanni fuori campo, scandito soltanto dal suono e dai primi piani delle persone che assistono, qui presenta anche un ottimo uso della scenografia, in questa grande chiesa dai muri spessi, dagli interni scarni e delle finestre sbarrate che sembrano quelle di un carcere, che diventa sia fisico che emotivo per i personaggi, madre compresa, allo stesso tempo, Bergman ricorre nuovamente al simbolismo dell'acqua, qui dalla duplice valenza, il torrente sotto casa che diventa teatro della scabrosa morte della precedente famiglia del vescovo è carnefice in tutta la sua imponenza ed allo stesso rappresenta lo scorrere della vita, il ciclo di vita e morte, dolore e gioia, prigionia e libertà.
L'ultima parte, con la fuga dei bambini, ambientata nella bizzarrissima casa dello zio, è un progressivo distaccamento dall'autorità genitoriale dura imposta dal vescovo e mostra anche una fase in cui emergono i dubbi riguardanti l'esistenza di dio, altro grande fardello del regista svedese, con diversi momenti registicamente incredibili, come la scena dei fantasmi giapponesi presenti nella notte tra i gingilli della casa, all'inganno col manichino del cugino che illude Alexander che finalmente dio si sia palesato.
Incredibile tecnicamente, con una regia praticamente perfetta, tra inquadrature di stampo pittorico, simmetrie, prospettive triangolari, sentitissimi primi piani, una fotografia straordinaria, col fedelissimo Sven Nikvist e le sue tonalità calde, giocando anche tanto con la dicotomia tra gli ambienti, tra la casa della nonna, accogliente e colma di colori caldi e la fredda e scarna cella dove stanno dal vescovo, fino alla misteriosa ed oscura casa dello zio.
Ennesimo film straordinario del regista svedese, che, parere personalissimo, non rientra tra i miei preferiti, vista la presenza di altre sublimi opere che considero peak cinema, ma in ogni caso, è un film bellissimo, che emoziona e regala una potenza visiva incredibile, grandioso.