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LE CITTA' DI PIANURA regia di Francesco Sossai

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Light-Alex     6½ / 10  27/08/2026 12:12:55 » Rispondi
Interessante e insolito road movie ambientato interamente in Veneto, dove forse la vera forza del film sta proprio nell'aver saputo catturare un po' dello spirito di questa terra. I suoni, gli accenti, le abitudini, i dialetti: ci fa entrare in un pezzetto d'Italia che raramente si prende le luci del cinema. Un'Italia popolare, semplice e genuina, non così diversa da tante altre parti del nostro Paese, ma che qui viene raccontata anche attraverso le ferite lasciate dalla cementificazione, dallo spopolamento dei piccoli centri e dall'arrivo dei grandi imprenditori e delle fabbriche.

È un territorio in cui si cercano ancora i barlumi di un "paradiso perduto", ma in cui quel paradiso, fondamentalmente, non esiste più. Ed è proprio questo che sembrano fare i due protagonisti, Carlo Bianchi e Doriano: cercare di cristallizzare e ripetere un momento ormai perduto della loro vita, quella fase della giovinezza in cui avevano conosciuto una piccola fortuna economica, la spensieratezza, il divertimento e la compagnia degli amici. Poi le cose sono cambiate: l'idea con cui avevano fatto soldi è sfumata, i risparmi sono finiti, il matrimonio è andato male e quel piccolo paradiso è diventato, appunto, un paradiso perduto.

I due cercano allora di rimanere ancora un po' dentro quell'istante, almeno per un'ultima notte. Nei loro deliri alcolici tirano fuori persino la teoria dell'utilità marginale decrescente: il valore che ricaviamo dal consumo di un bene diminuisce man mano che ne siamo più sazi. Eppure loro cercano di sfuggire a questa regola attraverso l'eccezione dell'"ultima bevuta", che proprio perché potrebbe essere l'ultima acquista un valore speciale.

Ed è forse qui che si trova la metafora più interessante del film. Il massimo piacere lo abbiamo provato quando avevamo ancora fame di vita, nelle prime esperienze della giovinezza. Poi, con il passare del tempo, le esperienze si accumulano, ci abituiamo alle cose e il piacere tende inevitabilmente a diminuire. Siamo più sazi. Ma rimane sempre quella spinta a provare ancora una volta, a concedersi un'ultima esperienza prima che tutto finisca, proprio perché esiste la paura che quella possa essere davvero l'ultima.

Il road trip alcolico dei due diventa così anche un piccolo viaggio dentro questa nostalgia. Lungo la strada raccolgono Giulio, giovane studente di architettura, al quale finiscono per fare un po' da mentori, cercando quasi di instradarlo alla vita mentre loro stessi sembrano incapaci di lasciarsi alle spalle la propria.

Non è però un film che ha grandi pretese di insegnamento, e forse è meglio così. È soprattutto un film d'ambiente e di piccoli episodi, un viaggio attraverso una terra che porta ancora addosso la ferita di un paradiso perduto. La sua forza sta più nell'atmosfera, nei personaggi e nella capacità di restituire un pezzo di Veneto che nella costruzione di una vera e propria trama.

Forse proprio per questo il limite del film sta nel ritmo: il racconto procede attraverso episodi spesso abbastanza disconnessi tra loro e ogni tanto si ha l'impressione che perda un po' di slancio. Ma è anche una conseguenza della sua natura di viaggio senza una meta particolarmente definita.