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HOLY MOTORS regia di Leos Carax

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CyberWYX     7½ / 10  16/08/2026 17:22:20 » Rispondi
Ho visto Holy Motors senza sapere minimamente cosa aspettarmi. Anzi, dalla locandina mi ero fatto un'idea completamente diversa: mi aspettavo qualcosa che avesse veramente a che fare con le macchine, con i robot, magari con una qualche tecnologia utilizzata per parlare d'altro o riflettere su determinate tematiche. Invece non c'entra praticamente nulla.
Anche il titolo del film, in realtà, si svela lentamente.

Quello che emerge poco a poco è una sorta di analisi metaforica del cinema e, soprattutto, della professione dell'attore: una figura estremamente versatile, capace di assumere continuamente nuove identità, ma proprio per questo anche stranamente estraniata dalla realtà. Persone che passano una vita a interpretare altre vite, cambiando volto, corpo, comportamento, emozioni.
Ed è qui che Holy Motors comincia davvero ad acquistare senso.

Il film funziona abbastanza bene. A volte può sembrare persino troppo episodico, quasi estenuante nella continua successione delle situazioni, ma probabilmente è proprio questo uno degli effetti ricercati: farti avvertire la pesantezza del cambiare continuamente approccio mentale e fisico, dell'entrare e uscire senza sosta da una parte, da una vita, da un'identità.

Ed è interessante soprattutto il rapporto che viene a crearsi tra l'attore e questa macchina. L'interprete appare progressivamente consumato dalla necessità di offrire continuamente qualcosa di sé a scene, personaggi e situazioni che magari non appartengono minimamente alla sua indole, che possono perfino diventare emotivamente o fisicamente difficili da sostenere, ma che deve comunque portare avanti perché qualcuno glielo richiede. Proprio come un motore: non decide la destinazione, non sceglie necessariamente il percorso, ma continua a funzionare perché chi guida la macchina ha altre mire, altre necessità, forse persino dimenticandosi di preservare la natura e la resistenza del mezzo stesso.

Tutto è metaforico, tutto sembra concorrere a costruire quella successione necessaria per arrivare lentamente a comprendere quali siano davvero i "sacri motori" che muovono questa macchina chiamata cinema e quanto questi motori possano faticare per portarla a ogni destinazione richiesta.

È chiaramente un film per amanti della settima arte. Non è un film per tutti e non intrattiene perché diverte nel senso più comune del termine: intrattiene soprattutto perché incuriosisce, disorienta e fa riflettere.

Una buona prova di regia di Leos Carax, valorizzata però enormemente dalla prova dei suoi interpreti e soprattutto dalla trasformazione continua di Denis Lavant. E tra le sorprese c'è anche una sempreverde Kylie Minogue, che qui riesce inaspettatamente a farsi apprezzare non soltanto per le doti canore, ma anche per quelle recitative.

Comunque sia, Holy Motors è uno di quei film che lasciano un segno. Non necessariamente perché tutto funzioni alla perfezione, ma perché dietro quella sua struttura assurda, frammentata e a tratti incomprensibile c'è una richiesta di aiuto che vorrebbe trasformarsi in messaggio di speranza verso lo spettatore, chiamato a dare più valore e amore al decadente sistema cinema e a coloro che continuano a farne girare i motori.