CyberWYX 8½ / 10 30/07/2026 22:21:02 » Rispondi Kotoko, all'inizio, sembra quasi un'opera anomala nella filmografia di Tsukamoto: meno dominata dal metallo, dalla carne e dalla trasformazione fisica tipiche del regista e più concentrata sulla fragilità di una singola persona. Eppure, man mano che procede, la sua mano diventa inconfondibile. Le inquadrature convulse, la macchina da presa incollata al volto della protagonista, il montaggio nervoso: tutto contribuisce a trascinare lo spettatore dentro la sua mente, facendogli vivere il mondo secondo il suo punto di vista. Non si osserva il suo dolore, lo si condivide e ci si inorridisce nello stesso modo.
Cocco, splendida interprete, sostiene il film con una prova recitativa di rara intensità. La sua estrema magrezza, funzionale al film, accentua la sensazione di un corpo consumato dalla sofferenza, quasi incapace di sostenere il peso della propria esistenza e delle proprie responsabilità.
Il film affronta il malessere psichico senza cercare etichette definitive. Si potrebbe parlare di schizofrenia oppure di una gravissima depressione post-partum aggravata da altre fragilità psicologiche ma Tsukamoto evita qualsiasi diagnosi clinica. Gli interessa mostrare la sofferenza vissuta dall'interno. Il rapporto con il figlio diventa così il cuore emotivo dell'opera: prima la paura di poterlo crescere o di non esserne in grado, poi la sua mancanza, entrambe fonti di un dolore insostenibile, nel quale l'autolesionismo diventa il tentativo disperato di dare una forma concreta a un tormento invisibile.
Alcune scene sono visivamente straordinarie e potenti. Le allucinazioni e i fenomeni che la protagonista percepisce finiscono a tratti per trasformare Kotoko in un horror psicologico, non perché voglia spaventare lo spettatore ma perché rende tangibile il terrore di vivere prigionieri della propria mente. È un'angoscia costante che mantiene alta la tensione fino alla conclusione.
Gli unici momenti che mi hanno convinto meno sono quelli rari di apparente serenità: comprendo perfettamente la loro funzione narrativa, rappresentano quel fragile equilibrio e quel benessere che la protagonista rincorre senza riuscire mai ad afferrare davvero, eppure, forse perché il film costruisce una tensione emotiva così intensa e devastante, questi passaggi mi sono sembrati leggermente lenti e poco coinvolgenti.
Curioso scoprire nei titoli di coda che il coprotagonista maschile è interpretato dallo stesso Shinya Tsukamoto: la sua presenza sullo schermo è relativamente breve, confusa e sfuggevole ma estremamente incisiva e segnante nel percorso della protagonista.
Un altro grande film di Tsukamoto, uno dei registi giapponesi che preferisco: meno estremo nella forma rispetto ad altre sue opere ma forse ancora più devastante sul piano emotivo.