Dom Cobb 7 / 10 28/02/2026 13:33:56 » Rispondi Negli ultimi anni, con l'esplodere del fenomeno "Spider-Verse", la Sony Pictures Animation si è imposta di prepotenza come una delle nuove realtà animate dominanti, strappando terreno al monopolio Disney-Pixar grazie al suo miscuglio vincente di umorismo sfrenato ed eclettica sperimentazione visiva. "Goat - Sogna in grande" è la dimostrazione più recente delle sue capacità, e pur non trattandosi del meglio che abbiano tirato fuori, rappresenta un buon passatempo. Si può soprassedere su una trama che è un riciclo continuo della formula standard dei film sportivi, che fra Rocky e una fiumana di film sul baseball e il football bene o male raccontano tutti la stessa storia; qui non è diverso, fra protagonista emarginato che sogna di entrare in uno sport che gli è precluso, la squadra caduta in disgrazia bisognosa di risalire la china, la professionista in graduale invecchiamento e desiderosa di ricatturare i fasti dei tempi d'oro i cliché si sprecano. La sceneggiatura affronta diversi risvolti di trama con un'economia che a tratti sfiora l'indifferenza, il ritmo è indiavolato con a malapena qualche momento per tirare il fiato e l'umorismo è incostante; in teoria, nulla di tutto questo dovrebbe funzionare. Eppure, per qualche strano motivo, funziona. Il setting, debitore di film come il disneyano Zootropolis, rende il tutto visivamente appagante anche nei momenti più calmi e l'animazione è accattivante, capace di concedere tanta personalità a ciascuno dei personaggi, che sia giocando con la loro natura animale oppure tramite guizzi genuinamente umani;
Un'intera scena si sofferma sulla pantera Jett durante la sua routine mattutina appena sveglia, con tanto di acciacchi alla schiena e il bisogno di indossare gli occhiali, ma altre volte si tratta di tocchi quasi invisibili, come il piccolo Will che nella scena iniziale si stringe alla madre o alla sua reazione alla visita "a sorpresa" della partita di Roarball.
i personaggi non sono scritti in maniera granché profonda o sfaccettata, ma beneficiano enormemente del carisma dei loro interpreti, capaci di donare loro peculiarità e idiosincrasie che danno comunque l'impressione di avere di fronte individui anziché caricature. E il ritmo rapido con cui si sviluppa la storia non toglie impatto ai momenti più forti, forse anche grazie alla familiarità della formula che permette allo spettatore di "riempire i vuoti", sapendo già dove si andrà a parare.
L'obbligatoria rottura della squadra in fase avanzata del film dubito che superi il minuto di durata prima dell'inevitabile riconciliazione, tra l'altro affrontata con la giusta mescolanza di cuore e ironia (tutti i membri del team segretamente non vedono l'ora di tornare in campo e sfuggire alle loro nuove, monotone vite).
A farsi notare maggiormente non sono tanto le scatenate partite di Roarball, alle quali non viene concessa totalmente la dovuta attenzione, quanto piuttosto il vibe generale, che fra l'atteggiamento dei vari personaggi, il modernismo che ne permea le interazioni e l'ambientazione e l'intrusione di numerosi pezzi rap -un paio di loro creato appositamente per la storia- ricorda tanto il cinema del primo Spike Lee, di John Singleton o dei più recenti sequel di Creed e che mai nella vita si potrebbe scambiare per un prodotto Disney o DreamWorks. Sebbene i personaggi non siano tra i più memorabili, l'unica eccezione per fortuna sono proprio le due figure principali: il giovane sognatore Will è uno di quei protagonisti privo di un arco narrativo nel senso stretto, dall'inizio alla fine viene spronato dalla passione per il gioco e da un animo candido che lo rende forse non così complesso, ma sempre simpatico e qualcuno per cui fare il tifo. Il cuore del film sta tutto nel suo rapporto con la professionista Jett, che di fatto emerge come la figura più interessante, complessa e sfaccettata: una star sul viale del tramonto, le cui manie di protagonismo e ostilità nei confronti non solo di Will, ma del resto del team, nascono dal terrore di fronte alla propria inevitabile fine, dalla consapevolezza di aver fatto il suo tempo e di non poter più raggiungere la gloria che aveva sognato di ottenere. I momenti in cui questi personaggi duettano insieme, procedendo gradualmente e credibilmente da rivali ad amici, sono il meglio che il film abbia da offrire e gli permettono di trascendere i difetti di ritmo o di umorismo, che come già accennato è incostante ma contiene delle belle chicche.
Una gag ricorrente su una famiglia di criceti che continua a fare figli ha un payoff inaspettatamente divertente, stesso dicasi per la reazione "urlata" di Will nel venir colto di sorpresa dal coach o i tentativi di girare un filmato promozionale; di contro, la strana ossessione per rendere il belare del protagonista o la bizzarra "danza" del rettile Modo un marchio del film, per non parlare del forzato inserimento della parola "Goat" (nel senso di "Greatest Of All Time") ogni due per tre, lascia perplessi oppure rischia di infastidire.
Insomma, "Goat" è più o meno ciò che uno si aspetterebbe dal trailer, ma forse anche un po' di più: le facilonerie in sede di sceneggiatura si sprecano e specie sul finale creano uno o due buchi che andavano riempiti, ma la passione, l'energia e il cuore sono innegabili e rendono l'esperienza più che piacevole.