williamdollace 9½ / 10 24/01/2026 20:22:34 » Rispondi eravamo rimasti ai colon di galasssie e alle vetrine fracassate tutto e subito di uncut gems (diamanti grezzi) e da lì ripartiamo nel 1952 a NY con una centometri di spermatozoi dream big che fanno a gara a ingolfarsi nell'ovulo madre eterna partenza e ritorno e partono le vite plurime di Marty che ruzzola sul mondo di città in città di stanza in stanza di campo in campo razziando la vita per nove mesi meno quattro settimane il tempo che dura questa versione supreme della sua vita eccentrica ambiziosa gonfia di sogni e cadute libere, questo spartito forever young, e la sua inarrestabile volontà è quella degli ultimi di Camus, di quelle volontà accelerate e grandiosamente bugiarde che non cedono nemmeno con le picconate e Josh Safdie ci consegna (finalmente un uso di everybody's gotta learn sometime magistrale (come tutta la soundtrack) dai tempi di eternal sunshine) un cinema imperfetto e rabbioso di vita, colluso, confuso, pieno di desiderio incontenibile, tradito da proiettili e raggi di sole pronti a stupirci e corpi che si nutrono di qualcosa di più grande fosse anche il ping pong (magnifico il rallenti sul rovescio neanche fosse Guadagnino), cinema che urla e che inciampa balbuziente e che a volte abbaia ai buoni e a chi vuole bene, lasciando tutto correre The order of Life rincorrendo a lato la macchina della esistenza che comunque non aspetta e il sussurro del mondo è l'eiaculare comunque, è l'abbaiare di un cane, l'ansimare su un prato, un urlo liberatorio che sa di casa