cinemaincompagn 7½ / 10 14/12/2025 11:28:53 » Rispondi COMMENTI Buonasera. Film francese alla massima espressione, sceneggiatura, regia, musica di alto livello; Judy Foster ha recitato in francese, da americana, e hanno detto che è stata molto brava con alta professionalità. Di che cosa parlava il film? Di essere visti, di essere guardati. … non registra più, adesso ascolta … Sembra che lei trovi pace in una consapevolezza ma di cosa? nell'aver scoperto che è un'altra vita? Ricerca della verità, e poi non è la verità che conta, ma è la consapevolezza? La consapevolezza la raggiunge quando scopre che in un'altra vita il figlio è stato nazista? Dal mio punto di vista quel racconto, frutto dell'ipnosi, è l'aspetto onirico e fantastico. Per me La la consapevolezza della scena finale è che non era dal punto di vista professionale all'altezza: ho percepito un cambiamento, generato dall'evento del suicidio di una paziente, che ha messo in discussione totalmente tutta la vita e tutta la sua persona. Per me la consapevolezza è che non ascoltava i pazienti, registrava ma "non c'era", non fregava niente di quello che ascoltava (la sequenza di pazienti che parlano e lei che "sta lì"). Secondo me è un percorso di maturazione cogliendo che c'è bisogno di cambiare. Non è quella la vita. Forse l'aspetto evidenziato, percepito nel film, è che fino a quando lei non ascoltava e registrava era piena di certezze. Alla fine è come se raggiungesse la consapevolezza che l'unica certezza è il dubbio: non puoi essere certo. Alla fine non si capisce più dove sta la verità. Acquisisce la consapevolezza che non si può essere certi. È speculativo per arzigogolare. Quello che non mi è stato chiaro è che per arrivare alla verità di quello che è successo è questo cambiamento immediato (va a trovare il bambino, che prima evitava, diventando improvvisamente affettuosa) repentino per cosa? Per essere arrivata a scoprire la verità? Ma è la verità? Aveva problemi da prima: non solo di pazienti che non ascoltava; non sopportava la musica … intolleranza nei confronti di tutto … In quella specie di sogno che ritorna alla fine, c'è Central Park la figura femminile e le due bambine, che non si capisce bene; forse il problema veniva di là, da un punto. Durante l'ipnosi questa figura si intravede e lei rifiuta: è una porta che apre ai suoi malesseri. C'è un precedente della vita, per cui cerca di non stringere i rapporti col nipote, col figlio ("Non ho voluto volerti bene perché tu potessi sopravvivermi"). Secondo me la scena della donna con le due bambine all'inizio in avanti e nel finale all'indietro (come se volesse ritornare alla sua infanzia) è lei da piccola con la madre e parla di un dramma dell'infanzia di cui non vuole parlare. C'è stato un momento del film in cui lei non riusciva a smettere di piangere. A me sembra che è ciò che succede anche nella nostra vita: c'è un momento di dolore in cui ti pieghi e si spezza tutto. Nel momento in cui comincia a piangere comincia a rendersi conto veramente di chi è: nella vita secondo me è così. Quando hai un grandissimo dolore a un certo punto ti svegli e se vuoi rinascere, come alla fine così sembra, devi diventare vero per forza. "Non sono io che piango": forse c'era questo pianto che si trascinava chissà da quando e cominciano a uscire queste lacrime senza che lei lo voglia: sono lacrime da un trauma. Sono d'accordo: quando si arriva al limite, al punto in cui sembra che si è perso tutto paradossalmente invece è l'inizio della ripartenza rendendosi conto prima di tutto che c'è un problema. Prima la vita era incasellata, ordinata, comandata; quando una paziente si suicida crolla il mondo della certezza e inizia il percorso per scoprire la vera possibilità di certezza e di serenità (nella scena finale l'espressione del volto è totalmente diversa da tutto il film come interpretazione, luce soffusa, posizione del divano e della poltrona come le indica Freud) tutto ritorna a essere più vero, più umano. Tutti il film sembra composto da sue sedute di psicanalisi, come se lei fosse la paziente. Grazie.
COMMENTI Buonasera. Film francese alla massima espressione, sceneggiatura, regia, musica di alto livello; Judy Foster ha recitato in francese, da americana, e hanno detto che è stata molto brava con alta professionalità. Di che cosa parlava il film? Di essere visti, di essere guardati. … non registra più, adesso ascolta … Sembra che lei trovi pace in una consapevolezza ma di cosa? nell'aver scoperto che è un'altra vita? Ricerca della verità, e poi non è la verità che conta, ma è la consapevolezza? La consapevolezza la raggiunge quando scopre che in un'altra vita il figlio è stato nazista? Dal mio punto di vista quel racconto, frutto dell'ipnosi, è l'aspetto onirico e fantastico. Per me La la consapevolezza della scena finale è che non era dal punto di vista professionale all'altezza: ho percepito un cambiamento, generato dall'evento del suicidio di una paziente, che ha messo in discussione totalmente tutta la vita e tutta la sua persona. Per me la consapevolezza è che non ascoltava i pazienti, registrava ma "non c'era", non fregava niente di quello che ascoltava (la sequenza di pazienti che parlano e lei che "sta lì"). Secondo me è un percorso di maturazione cogliendo che c'è bisogno di cambiare. Non è quella la vita. Forse l'aspetto evidenziato, percepito nel film, è che fino a quando lei non ascoltava e registrava era piena di certezze. Alla fine è come se raggiungesse la consapevolezza che l'unica certezza è il dubbio: non puoi essere certo. Alla fine non si capisce più dove sta la verità. Acquisisce la consapevolezza che non si può essere certi. È speculativo per arzigogolare. Quello che non mi è stato chiaro è che per arrivare alla verità di quello che è successo è questo cambiamento immediato (va a trovare il bambino, che prima evitava, diventando improvvisamente affettuosa) repentino per cosa? Per essere arrivata a scoprire la verità? Ma è la verità? Aveva problemi da prima: non solo di pazienti che non ascoltava; non sopportava la musica … intolleranza nei confronti di tutto … In quella specie di sogno che ritorna alla fine, c'è Central Park la figura femminile e le due bambine, che non si capisce bene; forse il problema veniva di là, da un punto. Durante l'ipnosi questa figura si intravede e lei rifiuta: è una porta che apre ai suoi malesseri. C'è un precedente della vita, per cui cerca di non stringere i rapporti col nipote, col figlio ("Non ho voluto volerti bene perché tu potessi sopravvivermi"). Secondo me la scena della donna con le due bambine all'inizio in avanti e nel finale all'indietro (come se volesse ritornare alla sua infanzia) è lei da piccola con la madre e parla di un dramma dell'infanzia di cui non vuole parlare. C'è stato un momento del film in cui lei non riusciva a smettere di piangere. A me sembra che è ciò che succede anche nella nostra vita: c'è un momento di dolore in cui ti pieghi e si spezza tutto. Nel momento in cui comincia a piangere comincia a rendersi conto veramente di chi è: nella vita secondo me è così. Quando hai un grandissimo dolore a un certo punto ti svegli e se vuoi rinascere, come alla fine così sembra, devi diventare vero per forza. "Non sono io che piango": forse c'era questo pianto che si trascinava chissà da quando e cominciano a uscire queste lacrime senza che lei lo voglia: sono lacrime da un trauma. Sono d'accordo: quando si arriva al limite, al punto in cui sembra che si è perso tutto paradossalmente invece è l'inizio della ripartenza rendendosi conto prima di tutto che c'è un problema. Prima la vita era incasellata, ordinata, comandata; quando una paziente si suicida crolla il mondo della certezza e inizia il percorso per scoprire la vera possibilità di certezza e di serenità (nella scena finale l'espressione del volto è totalmente diversa da tutto il film come interpretazione, luce soffusa, posizione del divano e della poltrona come le indica Freud) tutto ritorna a essere più vero, più umano. Tutti il film sembra composto da sue sedute di psicanalisi, come se lei fosse la paziente. Grazie.