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Una lunga inquadratura scorre in un corridoio verso la cucina dove un uomo sta pulendo ed infine si siede. L'uomo si chiama Paolo Marra e sta confessando l'omicidio di sua moglie. Descrive la moglie come una persona buona, gentile e comprensiva che è sempre stata attenta alle sue esigenze e che faceva di tutto per non sminuirlo. Eppure malgrado questo, Paolo si sentiva oppresso da un peso enorme di cui non capiva l'origine ed un certo punto si era convinto che la causa di tutto ciò fosse proprio quella moglie amorevole.
Una volta compiuto l'omicidio non è sentito libero da quel peso, al contrario è diventato ancora più opprimente ed insostenibile. Quindi prende la decisione di andare al commissariato di zona e costituire per il femminicidio. Lo fa con l'intento di ridare dignità alla moglie e di capire il perché lo ha fatto.
Serpenti ha un inizio molto tragico e cupo. E' una confessione totale, che non cerca scusanti dell'atto appena compiuto. Paolo Marra ha ucciso sua moglie, su questo non ci sono dubbi. Non c'è una motivazione precisa, vista dall'occhio dello spettatore. C'è comunque una vittima ed un colpevole reo confesso. Chiaro e limpido.
Dal momento della confessione in poi Serpenti diventa una commedia nera, surreale e grottesca, dove l'assurdo prende il sopravvento a tutti gli eventi che si succederanno, in linea con la celebre frase di Ennio Flaiano "La situazione politica italiana è grave... ma non seria" in apertura del film.
Paolo giunge al commissariato di zona e si dirige verso la guardiola dove è presente il poliziotto di turno. Una volta attirata la scarsa attenzione del poliziotto presente, confessa il suo assassinio chiedendo di parlare con il commissario. A tale richiesta viene invitato a sedersi su una panca ed attendere. Questo è solo l'inizio di un percorso in tre atti, ognuna di essi scandito da un personaggio. Il primo atto di questo assurdo viaggio è quella con il poliziotto a cui Paolo sporge la propria autodenuncia. Il poliziotto, interpretato da un ottimo Alessandro Borghi, (che dovrebbe essere utilizzato maggiormente nelle commedie per la sua spiccata vis comica) si fa notare subito la sua indole insofferente nei confronti di Paolo, preoccupandosi più il suo mal di testa dal fatto che di fronte a lui c'è un uomo che sta confessando un assassinio.
Neppure di fronte alle rimostranze di Paolo ed al fatto che lo stesso è un reo confesso, il poliziotto fa appello alla rigida proceduta burocratica ed operativa da seguire con estrema precisione, senza commettere errori. Invita Paolo a dargli il mazzo di chiavi, ma dato che le chiavi sono numerose deve essere reso possibile con chiarezza la loro funzionalità, quindi invita Paolo ad andare al vicino ferramenta per prendere delle etichette, di cui sono sprovvisti, per poterle identificare quando verrà fatto il sopralluogo all'appartamento. Il povero malcapitato incredulo di quello che sta succedendo si reca dal ferramenta e riporta le etichette. La denuncia ormai fatta sarà trasmessa al superiore per il da farsi.
Ovviamente Paolo non sapendo che ci deve essere un avvocato, anche trattandosi di una confessione, dovrà essergli assegnato d'ufficio quindi il poliziotto chiama l'avvocato ed porta Paolo in una stanza d'attesa.
C'è la netta sensazione in questo colloquio che l'interlocutore poliziotto non abbia compreso appieno la reale portata dell'accaduto. Anzi quasi il tentativo di sminuire ciò che è accaduto ("Ma lo sa quanta gente viene qui ogni giorno a dire ho fatto questo oppure ho fatto quello?"). Lo prova anche il fatto che il poliziotto si mette a flirtare con una collega.
Arriva l'avvocato d'ufficio interpretato da Pietro Castellitto, ma al momento sorge un altro problema. Non c'è a disposizione una stanza dove possano parlare e quindi viene suggerito di recarsi al bar vicino dove ci sono stanza a disposizione. Possono andarci tranquillamente in considerazione del fatto che è un bar frequentato dal personale del commissariato. Una stanzetta un po' malmessa in un anonimo bar è l'inizio del secondo atto di questa storia.
Al racconto di Paolo sulle dinamiche del femminicidio svela che non è stata uccisa da un'arma da fuoco o un'arma bianca, bensì avvelenata ed il corpo messo nella vasca da bagno. L'avvocato fa perno sul senso di colpa del suo assistito, ripetendo ossessivamente "senso di colpa" fino allo sfinimento. Il personaggio di Castellitto afferma che in realtà ci deve essere un motivo preciso sul perché ha commesso tale reato, ma il tutto è seppellito dal suo senso di colpa.
In questo caso c'è il tentativo dell'avvocato di depenalizzare quanto accaduto. Se il desiderio del protagonista attraverso la confessione è quello di prendersi la piena responsabilità dell'accaduto, in questo caso l'avvocato cerca di spostare altrove tale responsabilità, asserendo l'ipotesi che in questo momento l'assassino o presunto tale sia poco lucido al momento.
Paolo ormai disgustato da come sta prendendo la piega del colloquio si alza e se va. L'avvocato non fa una piega. Si reca al bancone, ordina un caffè e compra un paio di gratta e vinci.
Ormai la situazione è diventata insostenibile, Paolo non viene ascoltato e non viene dato il giusto peso a quanto accaduto. Si reca di nuovo al commissariato e comincia fare una scenata rabbiosa per parlare con il commissario. Una volta calmato viene portato in una stanza d'attesa poco attigua all'ufficio del commissario. Da qui inizia il terzo atto con l'incontro nella stanza con una donna misteriosa (Valeria Golino) che afferma di essere una cartomante. Spiegato il motivo del perché si trova lì e lei gli propone di fare le carte. Lei afferma che il comportamento dei poliziotti sembra assurdo per il semplice motivo che confessando un delitto per loro il lavoro è già fatto, quindi la natura del loro scopo è inutile perché si presenta un reo confesso. Di conseguenza l'unico modo per far risaltare il femminicidio commesso è quello di commettere un altro delitto, ma non verso una persona qualunque, ma nei confronti di un individuo che lui odia in maniera particolare. Paolo lo identifica con un ex compagno di classi alle superiori che lo bullizzava in maniera pesante, che vive poco fuori Roma in una villa, sposato con una bella donna. Decide quindi di ucciderlo e se ne va dal commissariato senza vedere l'ultima carta dei tarocchi: l'Appeso.
Paolo prende un autobus per raggiungere la destinazione, ma il viaggio dura poco. Durante un controllo dei biglietti ne è sprovvisto dato che ha dimenticato il portafoglio al commissariato, per cui è senza soldi e senza documento d'identità. Dopo uno scambio accesso con i controllori viene fatto scendere dal mezzo ed arrestato dalla polizia, finendo nella cella di sicurezza della questura. Non per aver ucciso sua moglie ma perché sprovvisto di un biglietto d'autobus.
Scritto e sceneggiato da Roberto De Paolis ed i fratelli D'Innocenzo, Serpenti è un film che presenta un assassino reo confesso che non cerca scappatoie per ciò che ha fatto. Il guaio è che gli non riconoscono come tale. Lui vuole essere sottoposto alla Giustizia, ma la Giustizia sembra respingerlo. Un film dal forte retrogusto kafkiano, solo che Joseph K. è sottoposto a processo ma non sa di quale reato è accusato. Nel caso di Paolo il reato è palese, talmente palese che non viene sottoposto a processo.
La lotta di Paolo Marra è soprattutto quella di farsi riconoscere come un assassino solo che dall'altra parte, a modo loro, non credono oppure minimizzano, trovando delle spiegazioni a loro volta assurde. Sembra il ritratto di una società ormai in fase di assuefazione. Il femminicidio probabilmente non è un reato abbastanza grave da spezzare la routine. Sembra tragicamente una scocciatura, un reato di poco conto. L'uccisione di una donna viene derubricato ad un reato di poco.
Ovviamente oltre alle ottime performance di Borghi, Castellitto e la Golino, bisogna sottolineare l'ottima prova di Leonardo Lidi nei panni di Paolo Marra. Nella sua odissea grottesca attraversa vari stati d'animo emotivi. Da quello più doloroso per l'uccisione della moglie, poi sempre più incredulo e stralunato per l'evoluzione verso una situazione sempre più assurda nel vedere la sostanziale indifferenza ed insofferenza verso di lui e verso ciò che commesso. Ha dei momenti di genuina rabbia, ma ormai stritolato da un meccanismo che non riesce a comprendere. Passato alla sezione Spotlight di Venezia 83, a mio parere meritava non tanto il concorso ufficiale, ma ad Orizzonti sono certo che non avrebbe sfigurato.
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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 23/09/2026 12.38.00
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it
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Regia: Roberto De Paolis
Regia: Tereza Nvotováarchivio
Regia: Giovanni Morassutti
Regia: Andrea Di Stefano