passione regia di Ingmar Bergman Svezia 1969
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passione (1969)

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locandina del film PASSIONE

Titolo Originale: EN PASSION

RegiaIngmar Bergman

InterpretiLiv Ullmann, Max von Sydow, Bibi Andersson

Durata: h 1.41
NazionalitàSvezia 1969
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1969

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Trama del film Passione

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Voto Visitatori:   7,67 / 10 (3 voti)7,67Grafico
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Voti e commenti su Passione, 3 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Mpo1  @  31/01/2007 23.29.32
   8½ / 10
Uno dei film meno conosciuti e più sottovalutati di Bergman.
La passione del titolo non è da intendersi tanto in senso amoroso quanto nel significato latino originario di “sofferenza”. Il film analizza i rapporti di quattro personaggi, in particolare due, Anna e Andreas, ritiratisi su un’isola per fuggire dalle sofferenze del loro passato.
E’ interessante il fatto che il personaggio di Von Sydow si chiami Andreas, proprio come il defunto marito di Anna, di cui si trova in qualche modo a rivivere le esperienze: entrambi diventano amici del personaggio interpretato da Josephson ma poi hanno una relazione con sua moglie, entrambi hanno una storia con Anna, e si troveranno a vivere una situazione simile con lei…
Alla vicenda dei quattro personaggi principali s’intreccia una storia secondaria, quella di un misterioso maniaco che uccide degli animali. Il significato di questo subplot è di sottolineare in modo più evidente l’orrore della convivenza sociale e la cattiveria della gente, dato che un uomo sarà ingiustamente accusato dalla comunità di questi crimini, con tragiche conseguenze. In questo modo capiamo perché Andreas, sopraffatto dalle umiliazioni che derivano dal contatto con gli altri, abbia preferito isolarsi dal mondo. Il suo tentativo di riallacciare rapporti con il mondo esterno, attraverso la relazione con Anna, si rivelerà un fallimento: la solitudine è preferibile alla vita in una società dove regnano l’incomunicabilità, il pregiudizio, la sopraffazione.
Il film è intervallato da brevi sequenze in cui i quattro attori principali si rivolgono direttamente al pubblico e parlano dei personaggi che interpretano. Espediente sicuramente originale e interessante, anche se non del tutto riuscito: forse le interviste andavano collocate meglio all’interno del film.
Come in molti altri film di Bergman anche qui c’è la sequenza di un sogno, in bianco e nero, in contrasto col resto del film, il primo a colori di Bergman, con la consueta bellissima fotografia di Sven Nykvist. Le immagini del sogno sono per lo più state prese da sequenze tagliate da “La Vergogna”.
Insomma un film pieno di spunti di riflessione: non sarà un film perfetto, ma certamente è da vedere.

Crimson  @  11/01/2007 17.23.51
   8½ / 10
Il primo film a colori del regista. Uno dei più cupi e pessimisti della sua carriera.
Girato sull'isola di Faro nel pieno del periodo più sperimentale, ha in comune col precedente 'la vergogna' l'analisi profonda dei meccanismi di fronteggiamento di alcune persone difronte a determinati eventi traumatici. Ciò introduce ai temi più importanti analizzati tramite i ritratti dei quattro protagonisti, ossia la solitudine, la differenza di interpretazione della sofferenza, i sensi di colpa legati al ricordo, di cui l'uomo è indissolubilmente vittima.
Nettissima l'influenza di Kierkegaard e in minima parte del solito Strindberg, oltre a gran parte della cultura nordica che il regista tanto ama, come è stato sottolineato nel validissimo commento che precede il mio. Ma credo che per quanto l'impianto narrativo sia (volutamente) scarno, l'analisi introspettiva dei personaggi sia incredibilmente valida e spunto delle 'solite', numerose riflessioni. Ciò eleva 'the passion of anna' (titolo originale del film) a opera di assoluto spessore pur nella sua estrema intellettualità e problematicità.
Rispetto a tutti gli altri film di Bergman c'è un elemento di parziale novità, ossia dei brevi interventi fuori campo dei 4 attori che parlano dei rispettivi personaggi. Ciò contribuisce a fornire una chiave di lettura in più allo spettatore, e in un caso (quello della Andersson) a anticipare la conclusione della propria vicenda; conclusione che non viene mostrata nel film.
Dei quattro personaggi è lecito parteggiare per tutti tranne che per quello interpretato da Josephson. E' lui il trionfatore virtuale, in realtà è un uomo capace di vivere solo mediante la propria maschera. E' lecito chiedersi cosa realmente cambi tra una serenità fasulla come la sua e una vita realmente disperata come quella di tutti gli altri personaggi, in particolare Anna e Andreas. La locandina potrebbe richiamare all'idea del doppio, su cui ruotano più o meno tutti i film del periodo sperimentale del regista. Maschera o realtà? questo è il dilemma. Il personaggio della Andersson è quello che maggiormente incarna questo dualismo. Sembra vittima di un falso sè, priva di una definizione della propria identità. Di conseguenza priva di confini cerca una risposta mediante il conformismo a modelli che la circondano. Passa da quello del marito a quello di Andreas, ma in entrambi i casi la propria personalità non riesce a trovare una collocazione. Per cui cerca la sola via d'uscita possibile ma fallisce (stando alle sue parole fuori campo), per poi vivere da maschera e dare così il proprio senso alla sua esistenza.
Diverso il discorso per Anna e Andreas. La prima è inequivocabilmente segnata dal mistero che riguarda il proprio passato, e che verrà svelato solo nel finale. Cerca di colmare la propria fragilità con una passione sfrenata e insensata, che si rivela fasulla. Non è capace di vivere da sola ed è destinata a soccombere ad un'esistenza di non-accettazione della solitudine.
Andreas ha già in passato scelto quella via invece, per evitare di porsi il problema. Ricorda molto uno dei due personaggi di 'Persona': al mutismo del Capolavoro del '66 qui è associato un metodo simile: vivere come eremita, solo, in un mondo di bugie. E' più o meno consapevolmente risucchiato nel ritorno alla vita di relazioni interpersonali, ma ne riesce nuovamente sconfitto.
Il film si chiude con una scena strepitosa che rappresenta un pò il sunto di tutto. Non poteva esserci finale migliore.
Ma ci sono due scene che mi hanno colpito ancora di più: la prima riguarda la lettura di una lettera indirizzata a Andreas da un vecchio dell'isola vittima di una storia crudele e meschina.
La seconda è semplicemente una delle scene più intense che Bergman abbia portato sulla scena: un magistrale monologo di Von Sydow alla Ullmann, nella parte finale del film. Un monologo esacerbante, crudo, che lascia senza parole.
Magistrali le interpretazioni dei protagonisti, quattro attori che è impossibile non amare da parte degli estimatori del regista svedese.
Bellissima la fotografia di Sven Nykvist, ma non è una novità.

'Non ho voglia di nulla.
Non ho voglia di cavalcare, è un moto troppo violento;
non ho voglia di camminare, è troppo faticoso;
non ho voglia di distendermi, perchè o dovrei restare in tale posizione, e non ne ho voglia, o dovrei di nuovo alzarmi, e non ne ho voglia nemmeno.
Summa summarum: non ho voglia di nulla'

(S.A. Kierkegaard, 'Diapsalmata')

Ivs82  @  14/08/2006 18.42.45
   6 / 10
Ultimo film della cosidetta "tetralogia di Fårö" (dal nome dell'isola in cui i film furono girati) "La passione" è senza dubbio uno dei lavori più pessimisti del regista svedese. L'opera ci porta infatti nella tetra e desolata terra scandinava, luogo inospitale e fuori dal tempo in cui si incrociano le vicende di quattro personaggi: Andreas, che ha deciso di utilizzare la solitudine come antidoto all'inutilità dei rapporti umani; Anna, consumata dal doloroso ricordo di un incidente in cui persero la vita il marito e il figlio; Vera Vergerus , donna profondamente infelice che ricerca invano la propria identità in un mondo che la vuole "marionetta"; ed infine Elis Vergerus, che è forse l'unico personaggio vincente di questo dramma: rifugiandosi infatti nel bieco egoismo ha saputo creare uno schermo protettivo tra se e il mondo esterno (tanto che gli unichi picchi emozionali della sua arida esistenza può ricercarli solo nelle foto degli altri individui).
Bergman in questa crudele ma lucidissima riflessione sui rapporti umani sembra lanciare un monito di marcata matrice leopardiana: l'uomo è sempre votato all' infelicità ed ogni tentativo di superare questa condizione è destinato al fallimento. L'isolamento, la fede in Dio, il ricordo sono solo espedienti effimeri per sfuggire la tristezza che governa il mondo: ed il dolore, l'insoddisfazione e i sensi di colpa non si possono scacciare se non ricorrendo all'egoismo (Andreas infatti decide di ritornare a fare l'eremita piuttosto che continuare a soffrire nella sua veste di "animale sociale") e alla più totale sfiducia verso gli uomini.
Un'analisi disperata e quasi estrema che attinge a piene mani da quelle correnti pessimistiche scandinave (Kierkegaard) che hanno profondamente segnato la sua crescita culturale e sono lo specchio della sua fase più misantropa e pessimista.
Ed è un peccato che l'eccessiva lentezza e alcune elucubrazioni intellettuali appesantiscano eccessivamente il racconto; mentre infatti nel cinema odierno capita di frequente che alla forma non corrisponda la sostanza, in questo caso avviene esattamente il contrario: i temi trattati sono esposti con lucidità e profondità ma la regia rozza e il ricorso ad alcuni espedienti "godardiani" (gli stessi attori che nel dietro le quinte analizzano le psicologie dei personaggi da loro interpretati) contribuiscono all'invecchiamento precoce dell'opera e ne mettono in evidenza i due maggiori difetti, ovvero l'ermeticità e l'eccessivo intellettualismo. Troppo cervello e poco cuore verrebbe da dire. Ma anche cosi' rimane una tappa interessante nel percorso filmico del Maestro svedese anche perchè in essa si possono rintracciare numerose linee guida del suo pensiero.

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