la vergogna regia di Ingmar Bergman Svezia 1968
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la vergogna (1968)

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locandina del film LA VERGOGNA

Titolo Originale: SKAMMEN

RegiaIngmar Bergman

InterpretiLiv Ullmann, Max von Sydow, Sigge Fürst

Durata: h 1.43
NazionalitàSvezia 1968
Genereguerra
Al cinema nel Novembre 1968

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Trama del film La vergogna

Studio psicologico di Bergman sulle reazioni umane in situazioni di guerra.

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Voto Visitatori:   7,13 / 10 (4 voti)7,13Grafico
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Voti e commenti su La vergogna, 4 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  13/01/2011 23.59.58
   7 / 10
Con questo film Bergman ha voluto misurare l'impatto della guerra sull'esistenza di esseri umani particolari, quali quelli ultra-sensibili, riflessivi e iper-(auto)coscienti (in genere artisti) tipici della sua cinematrografia degli anni '60.
Finalmente in un film di Bergman sembra entrare la realtà storica e contingente; invece anche stavolta il punto di vista è generalistico e quasi astratto ed è sempre quello esistenzialista.
L'epoca in cui uscì il film (1968) era iperpoliticizzata ed era quasi un dovere per un artista-intellettuale (categoria sugli scudi a quel tempo) prendere posizione su temi scottanti come la rivolta giovanile e la Guerra del Vietman. Bergman coraggiosamente si tiene fuori dalle dispute del momento e ci regala un film che possa essere comprensibile in tutte le epoche. Infatti il ritratto che fa dell'impatto della guerra sulla vita quotidiana di persone che vivono in un contesto civile, tranquillo e isolato è a dir poco dirompente e comprensibilissimo anche adesso. Infatti la prima cosa che viene in mente guardando questo film è la guerra in Bosnia. Si comprende benissimo cosa possa essere successo, dall'oggi al domani, in quella terra martoriata. Veramente ci si sente delle nullità, degli esseri senza difesa in balia dell'arbitrio altrui. Una cosa terribile e questo film riesce benissimo a trasmettere questa impressione, anche senza calcare troppo la mano.
Bergman va oltre a questo ritratto negativo e dimostra che circostanze sfavorevoli determinanto pesantemente la condotta individuale anche dell'essere più pacifico e arrendevole. In "L'ora del lupo" aveva mostrato come solitudine, isolamento e ossessione spingano l'animo umano a perdersi nelle spire dell'irrazionale; qui ci mostra impietoso come la lotta per la sopravvivenza (ma anche la gelosia, il senso di proprietà violato) ci spinga a tirare fuori il peggio di noi stessi, ci porti a fare cose che non immagineremmo mai di fare (tema ripreso da Peckinpah con "Cane di paglia").
In un'epoca di forte impegno civile come quella del '68 si capiscono le polemiche suscitate dal ritratto di intellettuali disimpegnati, passivi, isolati, chiusi nelle loro diatribe esistenziali. Un messaggio molto negativo e che non lascia grandi speranze non era quello che all'epoca ci si attendeva da un "intellettuale". Guarda caso tutto questo è invece assai più comprensibile adesso in tempo di sfiducia e nichilismo.
Questa è la parte più interessante e "moderna" del film. Le tecniche di ripresa, le scenografie e la recitazione come al solito sono di alto livello (qui Bergman privilegia i campi lunghi e le panoramiche, tenendo lo spettatore distaccato da ciò che vede e quindi più raziocinante).
Per il resto il film è decisamente lento e pesante da seguire. Si sente stanchezza e ripetitività nel trattamento dei temi (la situazione ritratta è molto simile a quella di "L'ora del lupo"), inoltre il repentino cambiamento del protagonista rimane sinceramente un po' inspiegato e poco plausibile e comunque non troppo approfondito.

Ivs82  @  16/08/2006 1.52.50
   6 / 10
Girato nella tetra e desolata isola di Fårö, "La vergogna" può essere inquadrato nel cosiddetto "periodo sperimentale" del regista. Se infatti guardiamo alla sua opera potremmo ritenere insolita o quantomeno azzardata la scelta di trattare un tema come la guerra; ma saremmo sciocchi se ci fermassimo alle apparenze, rifiutandoci di trovare a questo tassello una collocazione nel complesso e affascinante arazzo bergmaniano.
Dico questo perchè il confilitto, che solo apparentemente è un tema fuori dalle corde del regista, rappresenta un efficace espediente narrativo per trattare temi tipici del suo cinema: l'importanza della coppia (vista spesso come luogo di scontro e infelicità ma alla quale nessuno può rinunciare), il ruolo dominante del sesso femminile, l'impotenza di fronte alle disgrazie, la precarietà della felicità, l'impatto traumatico che certe esperienze possono avere sulla psiche e sulla capacità di relazionarsi col mondo esterno.
Ed è soprattutto su quest'ultimo aspetto che viene focalizzata l'attenzione del racconto; esso rappresenta infatti il punto di partenza e di arrivo dell'intera vicenda: a Bergman non interessano nè la dinamica della battaglia nè il corso della Storia ( gli invasori e la resistenza non hanno un nome nè sono inquadrati all'interno di un qualsivoglia contesto storico/politico), ma piuttosto i rovinosi effetti psicologici e comportamentali che porta con se ogni guerra. Un rapporto causa/effetto che genera patologie devastanti e fa emergere il lato peggiore, nascosto e per certi versi orribile dell'animo umano: basti pensare al protagonista che da uomo gentile, equilibrato e anche un pò vigliacco, diventa un essere arido, privo di sentimenti e mosso quasi esclusivamente da istinti primordiali.
Una visione estremamente pessimistica e desolante che fa uscire come perdenti tutti i protagonisti, nessuno escluso. Essi sono infatti trascinati e risucchiati nel turbinio di violenza e atrocità che il destino ha messo loro davanti: non c'è alcuna possibilità di salvezza e anche la pace (da intendere anche come pace interiore) rimane soltanto un'utopia, come testimonia la splendida sequenza finale, giocata sulle due direttive dell'incubo della protagonista e dell'incagliamento dell'imbarcazione nei corpi privi di vita dei soldati.
Ma nonostante l'importanza delle tematiche affrontate, "La vergogna" non riesce a spiccare il volo, rimanendo un esperimento interessante ma solo parzialmente riuscito sotto il profilo artistico. Notiamo infatti un'eccessivo disvalore tra le due parti (la seconda decisamente migliore della prima), un'analisi frettolosa delle psicologie, e alcuni passaggi eccessivamente schematici e banali.
Certo, c'è il bellissimo finale, una fotografia tra le migliori di Sven Nykvist ed una affiatata coppia di attori; tutti elementi di indubbio valore che non bastano però a far amare un'opera fredda, distaccata e troppo lontana dal cuore dello spettatore.

Mpo1  @  07/04/2006 22.03.17
   8½ / 10
Film successivo a “L’Ora del lupo”, appartenente alla fase più sperimentale di Bergman, “La Vergogna” è un film particolare nella filmografia del grande regista svedese, il suo film forse più “concreto”. E' il film di guerra di Bergman, una guerra in cui i contendenti rimangono indefiniti e sostanzialmente intercambiabili, a sottolinearne l’assurdità assoluta. Il film però, più che la guerra stessa, analizza le terribili conseguenze della guerra sull’animo umano.
Sinceramente il personaggio femminile non è simpatico fin dall’inizio, ma l’accento è posto soprattutto sul protagonista maschile, che da uomo mite si trasforma completamente finendo col compiere atti assolutamente esecrabili. Ma forse la situazione di guerra fa solamente emergere i lati più nascosti e oscuri già presenti in lui. La visione pessimistica della natura umana è espressa qui in modo assoluto.
L’ unico difetto del film è una sceneggiatura un po’ confusa, che va avanti e indietro e risulta poco compatta e coerente. D’altra parte è bellissima la fotografia livida di Sven Nykvist, uno dei suoi lavori migliori in assoluto.
Straordinaria la scena finale, una delle più potenti del cinema di Bergman.

1 risposta al commento
Ultima risposta 08/04/2006 08.34.05
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Crimson  @  22/03/2006 0.32.23
   7 / 10
Un Bergman piuttosto diverso per quanto riguarda la location, in questo film che appartiene in pieno alla fase più sperimentale e credo migliore della sua carriera.
Una guerra senza nome, in cui invasori e resistenti sono indistinguibili. Non ci sono nomi, ma una guerra atroce vista in quanto tale, in modo intrinseco e senza riferimenti anche piccoli che possano dipingerla di colori e ideali. Ogni aspetto viene vissuto tramite le sensazioni dei due protagonisti. Una coppia come tante, ma solo in apparenza. E qui entra in gioco la riflessione più importante che il film riesce a suscitare in me. Riflessione piuttosto atipica. Mi piacciono molto i film di guerra quando riescono a trasmettere, scavando a fondo, le variazioni psichiche che l'orrore e l'aberrazione del conflitto riescono a causare nell'uomo. Questo film è diverso: non rende conto di una degradazione di una psiche equilibrata prima dello scoppio del conflitto, bensì mostra come la guerra sia in grado di mettere a nudo la natura più profonda dei due protagonisti. Emergono in particolar modo il profondissimo egoismo e la sterilità affettiva del marito, e mi fermo qui nell'analisi altrimenti rivelerei troppo. Insomma senza entrare troppo nel particolare, le maschere e i relativi compromessi cadono di fronte alla difficoltà e al senso di totale smarrimento che la guerra è in grado di produrre. E questo è incredibile nelle intenzioni, un pò meno nei risultati. Ho avuto come l'impressione che i caratteri dei due personaggi potessero essere sviluppati meglio. Il film forse è articolato in modo un pò strano: ho trovato la prima parte un pò prolissa, che si perde in particolari anche abbastanza inutili, e una seconda parte che quando entra nel vivo ha una sua conclusione un pò troppo affrettata. Insomma, mi ha lasciato l'amaro in bocca, nonostante il finale sia grandioso, e poco prima c'è una scena eccezionale, crudissima, spietata, che lascia il segno, con protagonista il personaggio interpretato dal mitico Gunnar Bjornstrand (caratterista validissimo come al solito, qui forse in uno dei suoi migliori ruoli! - che ne pensi Mpo1? - ).
Stupenda la fotografia, così come l'ambientazione. Ciò che forse mi ha colpito maggiormente però è l'atteggiamento di totale distacco di tutti i personaggi della vicenda. Raramente c'è un sorriso, un gesto umano. Manca del tutto il calore. Ecco, è un film freddissimo, e la fotografia sostiene in pieno questa sensazione, amplificandola. La guerra è questa, del resto è un prodotto dell'uomo.
"Tutto il nostro odio è il prodotto di un mondo che abbiamo creato" (R.F.).

Know thyself
the beast you are

2 risposte al commento
Ultima risposta 04/04/2006 08.07.55
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