il grande spirito regia di Sergio Rubini Italia 2019
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il grande spirito (2019)

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locandina del film IL GRANDE SPIRITO

Titolo Originale: IL GRANDE SPIRITO

RegiaSergio Rubini

InterpretiIvana Lotito, Sergio Rubini, Bianca Guaccero, Rocco Papaleo, Alessandro Giallocosta

Durata: h 1.53
NazionalitàItalia 2019
Generecommedia
Al cinema nel Maggio 2019

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Trama del film Il grande spirito

In un quartiere della periferia di Taranto, durante una rapina, uno dei tre complici, Tonino approfittando della distrazione degli altri due, ruba tutto il malloppo e scappa. La corsa di Tonino, inseguito dai suoi complici sempre pi¨ infuriati, procede verso l'alto, di tetto in tetto fino a raggiungere la terrazza pi¨ elevata, oltre la quale c'Ŕ lo strapiombo, che lo costringe a cercare rifugio in un vecchio lavatoio. Lý trova uno strano individuo dall'aspetto eccentrico: porta una piuma d'uccello dietro l'orecchio, sostiene di chiamarsi Cervo Nero, di appartenere alla trib¨ dei Sioux e aggiunge che il Grande Spirito in persona gli aveva preannunciato l'arrivo dell'Uomo del destino!

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Voto Visitatori:   6,00 / 10 (5 voti)6,00Grafico
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Voti e commenti su Il grande spirito, 5 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Chemako  @  21/03/2020 20:44:24
   7½ / 10
Bel film
Bravo Sergio
Da Oscar Rocco!!!

topsecret  @  02/01/2020 22:49:20
   6½ / 10
Una dramedy sui tetti di Taranto.
Rubini scrive, dirige e interpreta una storia quasi surreale, ma con un timbro dichiaratamente drammatico, che si snoda attraverso i vicoli e i tetti di una città martoriata e violentata da bocche inquinanti e un sottobosco criminale.
L'incontro-scontro con il personaggio di Papaleo, co-protagonista del film, suscita empatia e ilarità, ma anche tristezza e malinconia, culminando in un finale forse prevedibile ma anche votato al senso e al bisogno di libertà.
Buone le interpretazioni, così come la regia e tutto il comparto tecnico, con una buona fotografia a incorniciare un'ambientazione grigia e cupa.
Un po' eccessiva, forse, la durata.

Scanlon  @  18/12/2019 12:26:04
   6 / 10
Al tredicesimo film da regista, Sergio ha ormai imparato i trucchi del mestiere e soprattutto, ha imparato come pescare a destra e a manca e come fare la "melina", ovvero dilatare uno spunto narrativo riassumibile in tre quattro righe, portandolo alla durata di quasi due ore.
Ci sono idee buone, come l'ambientazione sui tetti di una Taranto avvolta in lontananza dai fumi dell'Ilva, il matto ingenuo interpretato da Papaleo che si crede un capo indiano, la fuga di un rapinatore che ha tradito il resto della banda, ma è proprio nel nucleo centrale che il film gira su se stesso, abbandonandosi come detto ad una melina fatta di dialoghi, di pause e di strambe trovate da parte di Cervo Nero (il matto). Nonostante si insista molto su questa convivenza obbligata tra il "normale" Rubini e il "matto" Papaleo, manca la volontà di approfondire le due figure, di scavare dentro di loro nel tentativo di trovare un punto di convergenza che giustifichi quell'incontro casuale ma forse predestinato. Nessuno ne esce davvero cambiato da questa storia, nessuno si porta dentro qualcosa dell'altro. Nel finale, privo di guizzi imprevedibili, l'azione riprende e il film si sblocca, salvo poi ripiegare su un epilogo votato ad un facile patetismo che ricorda qualcosa di già visto troppo volte nella storia del cinema: il debole che fa le spese di un mondo apparentemente normale ma assai spietato e disumano. Reminiscenze in chiusura di una scena de Il Profeta di J. Audiard.
Buona la partenza e buoni i presupposti, sulla prosecuzione cala il beneficio del dubbio.

Mauro@Lanari  @  03/10/2019 20:56:14
   6½ / 10
Il claustrofobico tinellismo del cinema italiano (nello specifico: "La stazione", 1990) sfondato dalla celest[ial]e prospettiva dai tetti di Taranto: già con questa scelta Rubini liquida l'enfasi retorica e finalmente s'assiste a un gioco di contrasti. Pure l'accoppiata fra lui e Papaleo è quella di due emarginati/marginali diversi, realismo e surrealismo. "Verismo magico", uno dei migliori ossimori che si diano in estetica. Pregevoli le musiche di Ludovico Einaudi, ottimo il cast e la recitazione anche nei ruoli minori, scorrevolissima la sceneggiatura con qualche flashback, mentr'il finale è amaro, disperato, irredento, quasi una scoria melgibsoniana più nociva dell'Ilva. Oppure il sacrificio di Cervo Nero andrebbe visto secondo l'ottica della spiritualità Sioux e non eurocentrica o yankee. Poetico, lirico, emozionante.

Wilding  @  26/08/2019 18:17:20
   3½ / 10
Pare iniziare benino ma ben presto si rivela noiosissimo e sciocco ai limiti della sopportazione.

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