il diario di un curato di campagna regia di Robert Bresson Francia 1950
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il diario di un curato di campagna (1950)

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locandina del film IL DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA

Titolo Originale: LE JOURNAL D'UN CURÉ DE CAMPAGNE

RegiaRobert Bresson

InterpretiClaude Laydu, Nicole Maurey, Joan Riveyre

Durata: h 1.50
NazionalitàFrancia 1950
Generedrammatico
Tratto dal libro "Il diario di un curato di campagna" di Georges Bernanos
Al cinema nel Gennaio 1950

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Trama del film Il diario di un curato di campagna

Un giovane parroco frequenta un castello il cui padrone, un conte, inganna la moglie con grande pena del figlio. Il prete si attira l'ostilità di entrambi. Malato di cancro, va a morire in casa di un prete spretato.

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Voto Visitatori:   9,25 / 10 (6 voti)9,25Grafico
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Voti e commenti su Il diario di un curato di campagna, 6 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI elio91  @  13/07/2011 20:06:27
   7½ / 10
Opera lacerante e senza compromessi sulla fede e sull'animo umano. Tutt'altro che semplice da seguire,la pellicola è incentrata completamente sul protagonista prete di cui conosciamo pensieri,vediamo azioni,cogliamo i dubbi e soffriamo insieme a lui dell'impotenza in cui è gettato quando tenta di professare la fede in cui crede ma viene ostacolato dalla stessa Chiesa...
Tratto da un romanzo,lo stesso film è molto lettarario e verbale e questi due presupposti sono il fondamento di un cinema tutt'altro che accattivante ma necessario.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  01/06/2011 23:35:00
   10 / 10
"Quant'è meraviglioso che si possa donare ciò che non si ha" afferma il protagonista, mentre occulta pudicamente la prova concreta della sua (unica?) forza.
"Il diario di un curato di campagna" è lo zenith assoluto sulla debolezza dell'animo umano, e Bresson riflette su questo prete (dal cammino C.r.i.s.t.o.logico, verissimo) fino a plasmarlo nelle sue inquietudini, negli stessi interrogativi che pone a se stesso più che agli altri. In tutta questa "Via crucis" della sofferenza, troverà un unico momento di vera gioia (il passaggio in moto) come tanti anni dopo Mouchette nel suo breve giro in giostra. La prima volta la mia laicità si è rivoltata contro la guarigione spirituale del dolore - v. il personaggio della contessa - ma con maggior riguardo questa prova di accettazione diventa un elemento universale che tutti avrebbero potuto esaudire, senza invocare D.io o la conciliazione con lo spirito.
Tutto ciò che trasmette il film è che, nell'inesorabilità del destino, la vita e la morte vanno di pari passo, quasi quanto l'amore e l'odio, è il sacrificio inevitabile - e per questo insostenibile - della nostra eterna ricerca.
Credo sia uno dei più grandi film sull'umanità mai realizzati

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Invia una mail all'autore del commento wega  @  15/08/2009 21:08:31
   10 / 10
Il cinema francese, tra i tanti, ha avuto anche l' antimoralista Renoir, l' intimista Truffaut, e lo spiritualista Bresson. Se nei film di Renoir i suoi protagonisti si scaricavano sulla società, pur essendo personaggi genuini e sinceri (ecco perché si può parlare di antimoralismo), quelli di Bresson, al contrario, sono come spugne che assorbono le angherie di un male sociale, che per Bresson, è ufficialmente incurabile. E' il caso del prete - malato di cancro - di quest' opera che è il primo capolavoro assoluto del regista, dove, ne "Il Diario di Un Curato di Campagna", per parossismo può sembrare, è più grande il dolore morale inferto da un amico morto suicida che il dolore fisico del cancro stesso; o dell' ufficiale francese di "Un Condannato a Morte è Fuggito", successivo capolavoro, l' asino di "Au Hasard Balthazar", altro capolavoro assoluto, la Santa Giovanna d' Arco o la ragazzina Mouchette. Se si parla di spiritualismo è inevitabile l' incontro con la religione e la fede in Dio. Tutti gli "eroi" di Bresson - chi più, chi meno - sono stati toccati da questa condizione: Giovanna d' Arco si sentiva addirittura prescelta da Dio, ma altri, dichiaratamente, come a molti succede poi nella propria vita, "pregavano solo nei momenti peggiori". Questo film del 1950 invece, rappresenta con "Nazarin" di Bunuel, l' atto estremo di fede mai apparso su pellicola. E punti in comune tra le due opere non saranno pochi.
E' la storia tratta dall' omonimo romanzo di Georges Bernanos di un giovane curato di campagna di Ambricourt, che nonostante tutti i buoni propositi collezionerà fallimenti a destra e a manca, ritrovandosi a morire poi, solo, di cancro allo stomaco, a casa di un prete spretato. La purificazione e la Grazia attraverso un percorso cristologico - come Nazarin - dove la mise en scène bressoniana è rigorosa ed essenziale espressione della sofferenza interiore del protagonista, condannato in una algida solitudine (al di là del cancello a sbarre, metafora che ritornerà, facile ma appena suggerita) scandita dal racconto in prima persona dell' Io (spirituale) del curato attraverso le annotazioni sul diario, che se non sbaglio, vengono riportate fedelmente dal testo da cui è tratta l' opera. Uno dei capolavori massimi della Storia del Cinema.

4 risposte al commento
Ultima risposta 20/08/2009 20.39.48
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Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  04/04/2008 18:06:33
   9 / 10
“Un'opera tutta fatta di verità interiore ha potuto per la prima volta passare sullo schermo senza la più piccola concessione” (Julien Green).

Dice bene lo scrittore e drammaturgo Julien Green. Bresson è riuscito nella proibitiva impresa di rappresentare i travagliati moti dell'animo di un prete che si sente perduto e abbandonato da Dio: e lo ha fatto con la puntuale descrizione dei rapporti del curato con gli altri compaesani, ma soprattutto con lo svolgersi della quotidiana stesura del diario dello stesso, con la quale prende avvio e si sviluppa il lento disvelarsi della sua conflittuale interiorità, non togliendo niente così allo spessore dell'opera di Bernanos.
Il film di Bresson, e prima ancora il romanzo da cui è tratto, si presenta come una parabola estremamente conciliante per chi ha la fede e crede in Dio: tutte le difficoltà, le sofferenze, le debolezze, le tentazioni, gli errori e i vizi che caratterizzano il corso della vita, ne “Il diario di un curato di campagna” diventano le tappe imprescindibili che conducono alla Grazia e alla conciliazione finale con Dio: in questo modo ciò che appare come qualcosa che fa cadere nella perdizione e che allontana dalla fede non è altro che una prova della forza di questa che, alla al tramonto della esistenza dell’uomo, si manifesterà in tutta la sua salvifica e radiosa Grazia. A questo proposito, un passo fondamentale è quello in cui il giovane prete, riferendosi alla sua opera benefica nei confronti della contessa (che grazie al suo aiuto riesce a riconquistare la fede), afferma che è una meraviglia poter dare quel che non si possiede, che è “un miracolo delle nostre mani vuote”: ma alla fine egli capirà che ciò che pensava di aver perduto definitivamente, in realtà è sempre stato saldamente radicato nella sua anima.
Un’opera di una potenza eccezionale che, quantunque si incentri sul tema della fede, si rivolge tanto ai credenti quanto ai non credenti, poichè pone al centro il dramma universale dell’uomo solo davanti al mistero di Dio.

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  28/12/2007 23:36:10
   9 / 10
Molto affascinante e profondo. Porta alla ribalta una storia particolare, non facile da interpretare. Un giovanissimo curato prende possesso della sua parrocchia nella povera campagna francese. Si tratta di un’anima molto tormentata e che vive totalmente di spirituale, tanto da trascurare tutto ciò che è materiale, compreso il proprio nutrimento. Si ciba infatti solo di pane e vino (guarda caso i simboli dell’eucarestia). Qualsiasi pensiero o azione è sottoposto a riflessione e sviscerato nel suo significato religioso, tanto da diventare quasi un tormento continuo che lo porta in pratica ad autodistruggersi. Interagisce con poche persone fra cui il curato di Torcy, che rappresenta invece l’aspetto più terreno della vocazione religiosa. E’ infatti un bel prete tondo e rubicondo, di carattere energico e pratico. Ci sono poi una serie di presenze femminili conquistate dal fascino (anche profano) che promana il giovane curato, fra cui Chantal, la figlia del Conte, presa anche lei da un sentimento fortissimo, ma di natura opposta rispetto a quella del curato (voglia di passioni forti e intense di natura terrena). Completa il quadro la Contessa, ossessionata dalla perdita del figlio e un vecchio medico ateo anche lui tormentato dalla mancanza del suo lavoro. Entrambi faranno una brutta fine.
Questa storia può essere vista in due modi diversi. Uno puramente religioso e serve per esaltare e nobilitare una grande figura che ha seguito fino in fondo i dettami di Dio, fino a sacrificare il proprio fisico per la fede. Il nucleo centrale di questo aspetto è il colloquio fra il Curato e la Contessa, in cui si proclama la volontà di Dio come volontà assoluta a cui occorre conformarsi nel bene e nel male, le disgrazie come prove di forza per poter comunque andare avanti nella strada disegnata da Dio. E’ questo l’atteggiamento che sosterrà il Curato fino alla fine.
L’altro modo di vedere fa apparire il film come una critica sottile alle ossessioni maniacali, compresa quella spirituale del Curato, anche se la storia tende a esaltare questa figura. E’ la stessa operazione stilistica di Goethe nel romanzo “I dolori del giovane Werther”. Non a caso vengono accostati al Curato le altre figure del medico, di Chantal, della Contessa; tutti con la loro ossessione, come per far capire che la religione è solo un aspetto della psiche umana come tanti altri (può diventare una fissazione, una monomania). Alla fine sono i tipi come il curato di Torcy (i materiali) che sopravvivono e portano avanti le istituzioni. La vita completamente spirituale è quindi una nobile e impossibile utopia.
Il film è una trasposizione del romanzo di Bernanos, fin troppo letteraria. Per tutto il film c’è una voce fuori campo che legge il diario del curato mentre avvengono i fatti. In effetti si ha quasi l’impressione a volte di avere davanti un film muto con la voce narrante al posto delle didascalie. Il film è rigorosamente narrato in soggettiva. Si racconta sempre e solo quello che avviene nell’animo del Curato. Il paese è ostile al Curato, mette in giro voci, ma lo capiamo solo attraverso ciò che viene a sapere lui. Solo alla fine, quasi in punto di morte, quando non riesce quasi più a scrivere, la voce narrante tace e scorrono immagini di un uomo distrutto. L’agonia è raccontata con distacco da terzi. Tutto gira quindi intorno ad un’unica bellissima interpretazione. Bravo l’attore a dare un’immagine indimenticabile del Curato: emaciato, dimesso, con il suo atteggiamento malinconico/triste e tormentato. L’occhio si concede solo qualche bella immagine di chiese e portali gotici. Il resto sono scenografie estremamente semplici e dimesse, proprio per dare il senso di vita staccata dal fisico e dal materiale che conduce il protagonista. Una figura e una vicenda che rimangono senz’altro impressi.

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Ultima risposta 30/12/2007 21.40.47
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Invia una mail all'autore del commento goat  @  03/06/2007 14:50:18
   10 / 10
tratto da un romanzo di bernanos.
il libro, ai limiti dell'illeggibile per quanto noioso e statico, è ben più filmico della pellicola di bresson: nel film non tutto cio che è detto viene filmato, ma tutto ciò che è filmato, viene detto.

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Ultima risposta 13/06/2007 23.01.22
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