Recensione molto forte, incredibilmente vicino regia di Stephen Daldry USA 2011
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Recensione molto forte, incredibilmente vicino (2011)

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locandina del film MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Immagine tratta dal film MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Immagine tratta dal film MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

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Immagine tratta dal film MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Immagine tratta dal film MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO
 

"Se il Sole esplodesse, per otto minuti il Mondo sarebbe ancora illuminato e sentiremmo ancora caldo"

Oskar Schell (Thomas Horn) ha perso il padre Thomas (Tom Hanks) durante l'attacco alle Twin Towers l'undici settembre 2001. Il bambino era legato al padre da un rapporto molto forte. In particolare Thomas aiutava il figlio a vincere le proprie paure e le proprie insicurezze organizzando per lui un gioco che chiamavano "Spedizione Esplorativa".
Durante queste missioni Thomas inventava un percorso di ricerca costellato di indizi che il figlio doveva seguire girando per la città e interagendo con estranei, scoprendo così realtà diverse dalla propria e superando la difficoltà di relazionarsi col prossimo. La loro ultima Spedizione Esplorativa era la ricerca di un fantomatico Sesto Distretto di New York misteriosamente scomparso. La spedizione non fu mai conclusa poiché Thomas fu ucciso. A causa di questo loro gioco, quando Oskar trova una misteriosa chiave nascosta in un vaso nell'armadio che ancora conserva i vestiti del padre, pensa che si tratti di un ultimo indizio, un'ultima ricerca lasciatagli da Thomas, che in una delle loro ultime conversazioni lo aveva esortato a "non smettere mai di cercare". Così, Oskar incomincia a raccogliere gli indizi che possano condurlo alla serratura che quella chiave misteriosa potrà aprire.

"Molto forte, incredibilmente vicino" è tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer del 2005. Questa pellicola dalla struttura narrativa apparentemente semplice non è affatto facile, anzi è un film di una complessità strutturale e artistica di pregevolissimo livello.
Il film si apre con l'immagine di un cielo terso e azzurro, accompagnata da una musica struggente, cui si sovrappongono i dettagli del corpo di un uomo a testa in giù che si libra nell'aria con la giacca e i capelli sferzati dal vento. Immagini che si frammentano scomponendosi e lasciando spazio a un intenso primo piano del piccolo protagonista, la cui voce fuoricampo accompagna lo spettatore alla scoperta di un mondo già conosciuto, ma visto attraverso gli occhi di un bambino. Uno sguardo capace di trasformare l'ordinario in straordinario con un semplice e inconsapevole volo di fantasia.

È bene precisare fin da subito una cosa per rendere più libera ed agevole la chiave di lettura di questo film. "Molto forte, incredibilmente vicino" parla della strage delle Twin Towers, ma lo fa in un'ottica differente dai molti altri film che hanno affrontato l'argomento. Come accennato sopra, l'evento è filtrato dagli occhi di un bambino di nove anni. Occhi ignari della politica, occhi estranei ai complotti e ancora troppo lontani dalla violenza e dagli odi razziali o religiosi. Questa pellicola diretta da Stephen Daldry ha la struttura di un roman d'apprentissage e racconta l'elaborazione di un lutto, mantenendo sempre una grande distanza, anche visuale, dall'attentato che ha abbattuto le Twin Towers. Inoltre, sotto un profilo narrativo, il fatto che Thomas Schell sia morto in una delle Torri Gemelle oppure sia stato ammazzato da un rapinatore in un supermercato o investito da un autista ubriaco non cambia assolutamente nulla ai fini della storia portante.

La sceneggiatura scritta da Eric Roth è un lavoro assai complesso, molto elaborato e perfettamente equilibrato. Essa riesce a mantenere fedeltà e aderenza al testo di Jonathan Safran Foer senza trascurare però la grammatica ed i tempi cinematografici.
I primi quindici minuti sono un capolavoro di intensità e fluidità narrativa composto da molte scene assai rapide che si susseguono con un incastro narrativo perfetto, tracciando le linee guida della storia, introducendo e caratterizzando i personaggi con una forza tale da marcare le restanti quasi due ore di film.

Si consideri innanzitutto il personaggio di Thomas Schell. Le sue apparizioni sullo schermo si riducono a una manciata di minuti, eppure il personaggio resta presente per l'intera durata della visione. Si tratta di un personaggio dominante e imprescindibile che condiziona e indirizza l'intero svolgimento narrativo. Questo fattore è indubbiamente valorizzato e rafforzato dall'interpretazione eccellente di Tom Hanks. Tuttavia, il merito principale è da attribuirsi alla pregiatissima qualità di scrittura di Eric Roth a cui sono bastate poche frasi pregnanti accompagnate da una gestualità incisiva e lo studio di alcune scene cardine per imperniare l'intero sviluppo della vicenda su questo personaggio.
Il ritmo narrativo è assai veloce e compatto, malgrado alcune scene forse necessarie, forse evitabili, che appesantiscono il flusso narrativo.
La patologia caratteriale di Oskar, che nell'opera letteraria è al limite dell'autismo, nella sceneggiatura è attenuata seppur sempre presente e dichiarata. Questa scelta optata da Roth è cinematograficamente più convincente e, per quanto possa risultare improbabile una vera e propria identificazione con il protagonista, rende facile allo spettatore l'essere avviluppato dall'empatia verso tutto quel mondo in cui Oskar si muove alla ricerca dell'ultimo indizio lasciatogli dal padre.
Si badi bene che è esattamente questo il senso dell'intero film. Sarebbe erroneo pensare che si tratti semplicemente del percorso formativo ed evolutivo di Oskar, inteso come il superamento delle sue paure. Il nocciolo della vicenda è il confronto fra le molteplici microstorie semplici o complesse, tristi o gioiose, in cui Oskar si imbatte. Ogni persona ha una storia e nessuna storia è fatta solo di felicità o solo di dolore. E, anche se davanti agli occhi di chi la sta vivendo in prima persona può apparire inaccettabile, nessuna storia è più importante di quella vissuta da qualcun altro. Il fatto stesso che il messaggio, che Oskar pensava essergli destinato, fosse, invece, il messaggio che un altro padre aveva lasciato a un altro figlio, evidenzia la tragicità di un destino comune, poiché le dinamiche umane malgrado le loro singolarità sono simili le une alle altre e legano ogni singola esistenza a una realtà corale ed eterogenea, dove tutti concorrono a comporre un'unica sinfonia. Chiudersi nel proprio dolore e non essere capaci di accettarle equivale a morire precocemente; comprenderle, accettarle e condividerle con solidarietà, invece, è quello che la vita insegna. A questo si accompagnano tematiche minori, ma non meno forti e comunque correlate, come l'impossibilità di una madre di spiegare al proprio figlio che il Caos esiste e che non necessariamente gli eventi hanno un senso compiuto. Essi accadono e basta.

La forza complessiva della sceneggiatura e del film stesso è data dalla capacità di trasformare un dramma personale nel dramma corale di un'intera società. Una società ferita e vittima delle proprie paure che si chiude in se stessa, che rifiuta il contatto e il confronto con realtà differenti, che teme anche solo l'idea di lasciare la strada conosciuta per scoprire nuovi percorsi e affrontare nuove esperienze, è una società che sta morendo.
Le paure devono essere affrontate e sconfitte, il coraggio di vivere non è un orpello dell'esistenza, ma è un dovere nei confronti dell'intera umanità. E qui il percorso di formazione emotiva e caratteriale di un bambino, che deve diventare adulto, si trasforma nel percorso evolutivo di una società ancora troppo immatura. Questa è la ricerca cui Thomas Schell invita ilo figlio. La ricerca è una dinamica di apertura verso l'esterno che permette di unire tutti i particolarismi, come fossero le tessere di un puzzle da ricomporre. Non smettere di cercare, permette di evolvere e di migliorarsi contribuendo a costruire persone e realtà migliori di quella presente, perché la ricerca è evoluzione.

Se da un lato abbiamo Oskar che ha difficoltà a interagire con gli estranei, che ha paura di ciò che è diverso dalla sua realtà e che ha problemi di comunicazione oltre che di relazione, dall'altro troviamo il personaggio dell'inquilino (Max Von Sydow) che ha rinunciato a parlare e che comunica attraverso brevi messaggi scritti sui fogli di un taccuino, oltre ad avere scritte sul palmo di ciascuna mano le due risposte per eccellenza "sì" e "no".
Qui non si deve cadere in inganno. L'inquilino non ha un problema comunicativo, anzi egli comunica in modo chiaro, preciso e conciso attraverso i suoi scritti. Egli ha un rapporto complicato con le parole sul piano fonetico. È come se, arrivando al livello della vocalizzazione, queste assumessero un connotato significativo differente da quello che è il mero senso intrinseco della parola. Si tratta di un connotato relativo al suono, perché le parole esprimono pensieri ed emozioni. Alcune devono essere sussurrate, altre saranno gridate, ma in ogni caso, chi ne ha padronanza può anche averne paura, perché conosce la forza dirompente che esse possono avere. I rumori della vita che turbano e sconvolgono Oskar sono l'omologo della forza delle parole che caratterizza l'inquilino.

La regia del più volte candidato al Premio Oscar (tre film, tre candidature) Stephen Daldry è eccellente. Apparentemente semplice, sa accompagnare nel migliori dei modi una storia che semplice non è, sottolineando con i movimenti di macchina gli stati emotivi dei personaggi e valorizzando le capacità espressive degli interpreti. Abbiamo già detto come l'occhio del regista resti distante dall'attentato alle Twin Towers, inquadrate una sola volta a distanza attraverso il filtro salvifico della parete a vetri dell'ufficio di Linda Schell (Sandra Bullock), trasformando i personaggi in spettatori e gli spettatori in vittime della tragedia. Un distacco che non separa, ma coinvolge assai più di una qualsiasi insistenza sui dettagli.
La regia completa quel coinvolgimento avviluppante, già sapientemente preparato dall'eccellente sceneggiatura, trascinando lo spettatore, disposto ad abbandonarsi, in un afflato emotivo che non può non toccare.
A impreziosire la qualità della messa in scena contribuisce l'eccellente direzione della fotografia del bravissimo Chris Menges.

Come anticipato, l'interpretazione di Tom Hanks è superba. Con poche pose e pochi minuti di girato egli imprime la propria presenza nell'intera pellicola.
Ottimo come sempre Max Von Sydow che per avere questo ruolo ha rinunciato ad altri due ruoli che sono stati entrambi coperti da Christopher Plummer. Ed è proprio l'interpretazione di quest'ultimo nel film "Biginners" che è stata preferita a quella di Von Sydow per "Molto forte, incredibilmente vicino" dai membri dell'Academy che hanno aggiudicato l'Oscar per il Miglior Attore non Protagonista a Plummer.
Ma fra tanti grandi attori, a convincere, a emozionare e a coinvolgere è l'interpretazione del giovanissimo Thomas Horn, che dà prova di grandi capacità artistiche. Col suo sguardo, con l'inflessione della voce (si veda il film in lingua originale), con la sua gestualità dà vita a un personaggio sincero ed intenso.

Le musiche semplici e struggenti di Alexandre Desplat completano l'opera accompagnando lo spettatore in un percorso dolce e amaro, che si libra leggero nell'aria come le immagini dei titoli di testa o come un bambina che vola verso il cielo a cavallo di un'altalena.

"Molto forte, incredibilmente vicino" ha una dimensione tecnica ed artistica pregevolissima. Malgrado una certa furberia voluta dalla produzione che ha cercato di sfruttare l'ondata emotiva della tragedia dell'undici settembre cavalcando il decennale dell'accadimento, è un film emozionante. Se ci si rapporta a esso abbandonando tutte quelle prevenzioni che una facile retorica e una fin troppo semplice dietrologia possono instillare in una certa categoria di spettatori, il coinvolgimento emotivo è sicuro. I suoi momenti più pregevoli sono quelli che descrivono il rapporto fra padre e figlio e quelli fra nonno e nipote. Non si tratta di una pellicola che lascia nello spettatore qualcosa di indelebile o qualcosa su cui riflettere terminata la visione. È un film scritto e diretto per emozionare, coinvolgere e commuovere lo spettatore a patto che questi scelga di vivere la vicenda narrata seguendo la regola della sospensione dell'incredulità. Senza dubbio è un'opera che consegue lo scopo prefissato e che suggerisce una visione positiva ed edificante degli eventi e della vita invitando tutti a:

"Non smettere mai di cercare"

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 30/05/2012 14.53.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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