Recensione borat - studio culturale sull'america a beneficio della gloriosa nazione del kazakistan regia di Larry Charles USA 2006
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Recensione borat - studio culturale sull'america a beneficio della gloriosa nazione del kazakistan (2006)

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locandina del film BORAT - STUDIO CULTURALE SULL'AMERICA A BENEFICIO DELLA GLORIOSA NAZIONE DEL KAZAKISTAN

Immagine tratta dal film BORAT - STUDIO CULTURALE SULL'AMERICA A BENEFICIO DELLA GLORIOSA NAZIONE DEL KAZAKISTAN

Immagine tratta dal film BORAT - STUDIO CULTURALE SULL'AMERICA A BENEFICIO DELLA GLORIOSA NAZIONE DEL KAZAKISTAN

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Immagine tratta dal film BORAT - STUDIO CULTURALE SULL'AMERICA A BENEFICIO DELLA GLORIOSA NAZIONE DEL KAZAKISTAN
 

Britannico di origini ebraiche, laureato in Storia col massimo dei voti, Sacha Baron Cohen è in realtà quanto di più lontano si possa immaginare rispetto ad un ingrigito accademico al servizio di Sua Maestà; il suo programma "Da Ali G Show" miete da anni consensi ed apprezzamenti a tutto tondo, grazie all'irriverente e dissacrante vis comica del suo estroso ideatore e dei suoi personaggi caricaturali: il rapper Ali G, il modello tedesco Bruno e l'inviato del Kazakistan Borat.

Forte del successo ottenuto sul piccolo schermo e consacrato dalla partecipazione nelle vesti di Ali G nel video di Madonna "Music", Sacha Baron Cohen decide di far sbarcare al cinema il suo personaggio più famoso nel film "Ali G", con risultati quanto meno mediocri. L'insuccesso non scoraggia il tenace Cohen, il quale ritenta la strada del grande schermo con "Borat", storia di un giornalista della "gloriosa nazione del Kazakistan" inviato nei più ridenti e floridi Stati Uniti d'America per carpirne segreti, abitudini e costumi da importare nella madrepatria kazaka a beneficio della crescita culturale ed economica del Paese. Inizia così uno sgangherato viaggio oltreoceano al fianco del fedele compare Azamat, ma l'incontro tra la civiltà kazaka e la più progredita cultura statunitense verrà osteggiato da diversi personaggi, non ultima l'icona californiana Pamela Anderson, che si rifiuterà di convolare a giuste nozze con Borat secondo il rito kazako.

Nell'intessere la trama del vagabondare del suo eroe Baron Cohen si serve però di una peculiarità che riveste la pellicola di un velo di imprevedibilità, amplificandone il dirompente effetto comico: il pretesto dell'indagine sociologica kazaka negli States viene presentato agli ignari protagonisti dei video girati come assolutamente vero, e gli stessi vengono convinti a firmare le liberatorie sull'assunto che le interviste girate sarebbero state trasmesse esclusivamente nella tv nazionale del Kazakistan. Questo espediente - che pure ha fruttato a Baron Cohen decine di denunce - ha avuto conseguenze disarmanti sugli intervistati i quali, liberi di esprimere la propria opinione ed ignari di essere i protagonisti di un teatrino satirico, hanno svelato il lato oscuro, ipocrita e perbenista degli States, un paese che fa della tolleranza, dell'apertura mentale e dell'amore per la libertà la propria spada ed il proprio scudo per combattere le iniquità ed esportare la democrazia negli stati depressi ed oppressi.

Il meccanismo ideato da Baron Cohen è semplice, perfino elementare: creare un personaggio di origini mediorientali rivestendolo di tutti i cliché normalmente attribuiti ai medesimi, amplificandone la portata e l'intensità in maniera che risulti - paradossalmente - troppo poco credibile per non esserlo. Borat diventa così un misogino razzista, arretrato, maleodorante (Baron Cohen non ha fatto uso del deodorante per l'intera durata delle riprese) e maleducato, incapace di qualunque forma di buona creanza. Le peculiarità di Borat, indubbiamente ben delineate e dai risvolti tanto cinici da non poter non essere estremamente divertenti, destano nei suoi interlocutori reazioni sorprendenti: accade così che alla domanda su quale sia la pistola migliore per ammazzare un ebreo, il rivenditore di armi si limiti a rispondere impassibile che una 9mm dovrebbe andare più che bene, o che un concessionario di automobili non si scomponga più di tanto quando gli viene chiesto a che velocità andare con una Jeep, se si vuole essere certi di aver ucciso uno zingaro impattato volontariamente: 55 miglia all'ora dovrebbero essere più che sufficienti.

L'impatto più devastante Borat lo raggiunge però partecipando ad una cena dallo squisito tenore borghese, in cui i padroni di casa si mostrano ben contenti di avere l'opportunità di incontrare al loro tavolo un esponente di una civiltà così lontana da quella statunitense; certo è un po' originale, ma col tempo si "americanizzerà". Americano uguale buono; differente uguale necessariamente americanizzabile. Sfortunatamente la buona volontà dei commensali di contribuire al processo di standardizzazione del curioso kazako subiranno una brusca battuta d'arresto con l'arrivo al tavolo di un'ospite di Borat, una prostituta di colore in abiti poco adeguati alla circostanza.

Assieme a simili esempi di tagliente satira socio-culturale, "Borat" si rifugia spesso però in trovate meno efficaci volte prevalentemente al grottesco fine a se stesso; trovate che rappresentano il tallone di Achille di un'operazione comunque da ricordare per l'originalità della messa in scena e la cinica determinazione con cui sferra un attacco durissimo al perbenismo ed alla cieca ottusità di chi si arroga il diritto di pensare, decidere e stabilire per tutti ciò che si conviene, marcando il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, corretto e sconveniente.

Indispensabile per la buona riuscita della pellicola la straordinaria interpretazione di Sacha Baron Cohen, istrionico e perfettamente calato nella parte dell'irriverente Borat tanto da spingere un rude cowboy a consigliargli di tagliarsi i baffi, "così sembrerai un americano e non un terrorista".

Da respingere al mittente le puerili accuse di misoginia, razzismo ed antisemitismo: l'estremizzazione di tutte queste caratteristiche le rende innocuamente comiche, presentando di contro come volgari e pornografiche piuttosto le reazioni delle vittime dell'irriverente pseudoinviato kazako. Ma d'altra parte, se non si può ridere di qualcosa significa che quella cosa non è stata del tutto superata; con buona pace dei moralizzatori, ironicamente ennesimo bersaglio benpensante protagonista dell'inchiesta dello scorretto Borat. E senza neanche bisogno di sotterfugi per ottenerne la liberatoria.

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Recensione a cura di Jellybelly - aggiornata al 13/03/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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