Recensione bastardi senza gloria regia di Quentin Tarantino USA 2009
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Recensione bastardi senza gloria (2009)

Voto Visitatori:   8,21 / 10 (706 voti)8,21Grafico
Voto Recensore:   9,00 / 10  9,00
Miglior attore non protagonista (Christoph Waltz)
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior attore non protagonista (Christoph Waltz)
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior film straniero
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locandina del film BASTARDI SENZA GLORIA

Immagine tratta dal film BASTARDI SENZA GLORIA

Immagine tratta dal film BASTARDI SENZA GLORIA

Immagine tratta dal film BASTARDI SENZA GLORIA

Immagine tratta dal film BASTARDI SENZA GLORIA
 

"A time just for plantin',
a time just for ploughin'.
A time just for livin',
a place for to die.
'Twas so good to be young then,
to be close to the earth,
Now the green leaves of summer
are callin' me home.
"
Dimitri Tiomkin e Paul Francis Webster:"The Green Leaves of Summer"

Il Cinema è emozione. Il Cinema è fantasia. Il Cinema è arte.
In questo Quentin Tarantino ha sempre creduto e questa è la concezione con la quale si è sempre rapportato al mondo del Cinema.
Quando si pronuncia il nome di Tarantino, si parla di un regista conosciuto trasversalmente in tutto il mondo, senza distinzioni di sesso, né di età, né di ceto culturale.
All'inizio degli anni novanta, in un contesto storico e culturale in cui i cineasti da un lato e i critici dall'altro dimostravano di essere ormai caduti nel vezzo di prendersi eccessivamente ed immotivatamente sul serio, rivestendo o investendo le opere cinematografiche di una certa spocchiosa e non necessaria supponenza di una qualche intellettualità, è emerso come unica voce fuori dal coro il Cinema di Quentin Tarantino. Con "Pulp Fiction" (1994), il suo secondo lungometraggio, questo artista è stato capace di cambiare la concezione stessa del cinema, dettando nuove regole che sono state adottate in seguito da numerosi altri cineasti di tutto il mondo.
Questo è ovviamente un risultato straordinario soprattutto se si considera che la sua produzione consta di soli sei lungometraggi: "Le Iene" ("Reservoir Dogs", 1992), "Pulp Fiction", "Jackie Brown" (1997), "Kill Bill" (2003, di cui in questa sede ci si rifiuta di considerare la suddivisione imposta dalla produzione in Volume 1 e Volume 2), "Grindhouse – A Prova di Morte" ("Death Proof", 2007, che benché sia uno dei due segmenti del film può essere considerato un lungometraggio a sé stante) e, infine, "Bastardi Senza Gloria" ("Inglourious Basterds", 2009).
Regista scanzonato, divertente e divertito, Tarantino non ha mai incentrato il proprio modo di fare cinema su grandi pretese autoriali ed intellettualoidi. Egli ha infatti sempre dichiarato di essere prima di tutto uno spettatore cinefilo, grande amante del Cinema in generale e dei cosiddetti B-Movie in particolare, e di aver trasformato questa sua passione in una professione.
Nell'ottica di Tarantino ha poco senso quella concezione propria di alcuni cineasti che, fregandosene del pubblico, producono opere discutibili e spesso indigeste, ma gonfie e tronfie di pretese autoriali, sociali, intellettuali, che spesso non aggiungono niente di nuovo a quanto è stato detto da altri artisti (sia in campo cinematografico, sia in campo letterario) in modi più modesti e più lineari.
Tarantino, proprio perché è prima di tutto uno spettatore, deve essere divertito dall'opera che realizza. E, infatti, è raro che un suo film non riscuota ampi consensi di pubblico.
Questo discorso però non deve essere frainteso, inducendo il lettore a credere che Tarantino faccia dei film commerciali, nel senso volgare del termine, volti soltanto ad ingraziarsi il pubblico. Egli realizza dei film per sé e si tratta di opere dal fortissimo taglio personale.
Forse è per questa sua capacità di coniugare il proprio gusto e la propria capacità tecnica con quelle che sono le richieste del grande pubblico e di buona parte della critica - capacità che fa di lui un autore e un artista sotto ogni profilo – che Tarantino è un autore che può vantare alcuni acerrimi detrattori che attendono sempre un suo passo falso.
È vero che in alcune opere passate, in particolare nel citato "Death Proof", egli ha dato segno di un autocompiacimento vagamente narcisistico che a molti può essere risultato sgradevole. Ma è anche vero che si tratta di un segmento di"Grindhouse" e, in quanto tale, da inquadrarsi in un progetto assai peculiare e di paternità non esclusiva.
Tuttavia, in qualsiasi sua opera, Tarantino ha sempre dimostrato una padronanza e una capacità artistica e tecnica semplicemente invidiabili e riconosciute a denti stretti anche dai suoi più accaniti detrattori.

Ciò premesso andiamo a vedere quale è stata la gestazione di "Bastardi Senza Gloria".
Si tratta di un progetto che Quentin Tarantino ha coltivato per circa dieci anni. Come egli stesso ha dichiarato in un'intervista, l'idea di fare un film dal sapore epico, ambientato in Europa durante la seconda guerra mondiale, nasce nel 1998. Tuttavia egli si appassionò così tanto al soggetto da subire il fenomeno inverso al cosiddetto blocco dello scrittore. Egli cominciò a sviluppare così tanto la storia, arricchendola di eventi e di personaggi, da trasformala in qualcosa di più vicino ad una serie televisiva che non ad un'opera cinematografica.
Se a questa ipertrofia si aggiunge che Tarantino non aveva ancora chiaro quale epilogo donare alla vicenda, è facile comprendere perché egli abbia in più occasioni sospeso il progetto, senza mai smettere di coltivarlo e di svilupparlo, per dedicarsi ad altri lavori. Il rischio di un'eccessiva magniloquenza spinse poi Tarantino a riscrivere completamente la storia avvalendosi della maggior parte dei personaggi che già aveva creato. Inoltre, questo progetto raggiunse la svolta proprio mentre Tarantino stava finendo di realizzare "Kill Bill" e, come spiegheremo in seguito, le interconnessioni fra le due pellicole sono molteplici.

"Inglourious Basterds" racconta due vicende incrociate. Da un lato abbiamo la storia di Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) che, dopo essere sopravvissuta al massacro della propria famiglia ad opera del colonnello delle S.S. Hans Landa (Christoph Waltz), ha ricostruito a Parigi la propria vita celandosi sotto una falsa identità, dall'altro lato abbiamo il tenete Aldo Raine, detto l'Apache, che è a capo dei bastardi (senza gloria), una squadra di soldati ebrei americani in abiti civili, che agisce nella Francia occupata con il solo scopo di torturare ed uccidere i soldati nazisti.

Il titolo del film è un omaggio che Tarantino ha tributato al regista italiano Enzo G. Castellari, che nel 1977 ha diretto il film "Quel Maledetto Treno Blindato". Film che durante tutta la fase di lavorazione aveva avuto come titolo "The Inglorious Bastards", che fu poi mantenuto anche come titolo internazionale. Naturalmente Tarantino ha preso spunto dalla pellicola di Castellari, ma non lo ha fatto tanto sotto un profilo narrativo quanto piuttosto nella costruzione di alcuni personaggi.
Indipendentemente da questo fatto, egli ha sottoposto al regista italiano anche la prima stesura della sceneggiatura di "Inglourious Basterds" per sapere che cosa ne pensasse. L'amicizia fra i due registi ha fatto sì che a Castellari fosse assegnato un piccolo cammeo all'interno della pellicola di Tarantino. Inoltre, tutto questo ha permesso a Castellari, che non dirigeva più un film da circa quindici anni, di essere contattato da un produttore che lo ha ingaggiato per realizzare un nuovo lavoro. Il film in questione è attualmente in fase di post produzione e ha il titolo di "Caribbean Basterds".

Prima di proseguire nell'analisi di "Inglourious Basterds", di cui si consiglia vivamente la visione, si avverte il lettore che da questo paragrafo in poi saranno rivelati tutti i principali colpi di scena del film, quindi se ne sconsiglia fortemente la lettura a chi ancora non lo avesse visto o non fosse a conoscenza del suo finale che, purtroppo, in sede pubblicitaria è stato fin troppo sbandierato.

"Bastardi Senza Gloria" è suddiviso in cinque capitoli e, sia per struttura, sia per progressione narrativa, ricalca molto da vicino "Kill Bill". Tuttavia, instaurare un paragone fra queste due pellicole sarebbe assai riduttivo poiché anche all'occhio dello spettatore più disattento risulterà immediatamente evidente come "Inglourious Basterds" sia prima di tutto un compendio dell'intera produzione di Quentin Tarantino. Naturalmente i riferimenti cinematografici non si riducono esclusivamente alla sua produzione, ma investono a trecentosessanta gradi la Settima Arte.

Molti quotidiani, specie quelli della stampa francese, dopo la presentazione del film al Festival di Cannes, hanno parlato di "Inglourious Basterds" come un film di guerra, quindi un film inquadrato in un genere cinematografico ben delineato e circoscritto, e lo hanno anche decisamente contestato per la sua infedeltà storica.
Tutto ciò è fortemente fuorviante perché in realtà "Inglourious Basterds" si presenta fin dal principio e dichiaratamente come un film di genere (spaghetti) western la cui azione però è traslata dalla frontiera americana alla Francia occupata dai Nazisti durante la seconda guerra mondiale. E per dimostrare quanto appena affermato è sufficiente dare un'occhiata ai primi minuti del film.
La musica che accompagna i titoli di testa è la versione strumentale della canzone "The Green Leaves of Summer" di Dimitri Tiomkin, che era il tema portante della colonna sonora di "La Battaglia di Alamo" ("The Alamo", 1960). I titoli di testa lasciano il posto all'intestazione del primo capitolo che recita testualmente: "C'era una volta... nella Francia occupata dai Nazisti". E questo originariamente era stato preso in considerazione da Tarantino come titolo stesso del film.
A questo punto, il fondo nero lascia posto alla prima scena del film in cui vediamo, sullo sfondo di un paesaggio rurale, una casetta sulla sinistra e un albero sulla destra. In mezzo c'è una distesa di panni e un uomo che sta spaccando la legna. Non occorre essere accaniti cinefili per notare come questa scena sia praticamente identica alla scena d'apertura di uno dei più bei film western di tutti i tempi: "Gli Spietati" ("Unforgiven", 1992) di Clint Eastwood.
Che dire poi dell'abitazione del signor LaPadite? Non sembra davvero essere un'abitazione francese, anche se rurale. Quella struttura architettonica e quei pavimenti fatti di assi di legno, più che all'abitazione di un contadino francese rimandano a quella di un contadino statunitense.
Se quanto spiegato fin qui non dovesse essere sufficiente a dimostrare la volontà di Tarantino di inquadrare questa pellicola nel genere western, si può anche aggiungere che l'intero primo capitolo è il prodotto di un'efficacissima miscela fra l'incipit di "C'era una volta il West" (1968) e quello de "Il Buono, il Brutto, il Cattivo" (1966) entrambi di Sergio Leone. Inoltre, l'avvento in motocicletta (il cavallo dell'epoca moderna) e con un'automobile senza tetto (quasi una carrozza) dei soldati delle S.S. comandati dal colonnello Landa è accompagnato dalle note di Per Elisa di Ludwig Van Beethoven mischiate con le note delle musiche composte da Ennio Morricone per i film sopraccitati.

Nel corso di questa analisi si eviterà di sviscerare in questo stesso modo ogni singolo capitolo onde evitare di arrivare a scrivere un piccolo saggio su quest'opera.Si è voluto precisare così dettagliatamente questo palese inquadramento nel genere western solo per riallacciarsi al discorso concernente i detrattori di Quentin Tarantino, pronti ad aggrapparsi a qualsiasi fesseria pur di cercare difetti in ogni nuova opera di questo regista.
Tarantino, fin da quando "Inglourious Basterds" era ancora un progetto embrionale, aveva dichiarato di voler realizzare un film dal sapore epico ambientato durante la seconda guerra mondiale, ma non ha mai dichiarato di voler realizzare un film di guerra in senso stretto.
In realtà è inutile e anche ingiusto voler necessariamente inquadrare un film di Quentin Tarantino in un genere cinematografico definito e circoscritto. Infatti, la più grande capacità, dimostrata da questo regista, consiste nel saper giocare con tutti i generi cinematografici, scomponendoli, stravolgendoli e mischiandoli a proprio piacimento. Tenuto conto di ciò, si potrebbe anche affermare che Tarantino ha inventato un nuovo genere cinematografico: il suo!
E di questo genere cinematografico gli elementi ci sono tutti: una carrellata di personaggi granitici e funzionali alla storia narrata; un crescendo narrativo spesso smorzato da dialoghi verbosi e fini a se stessi; sfoggio di invidiabili capacità registiche; violenza, dramma ed ironia perfettamente in equilibrio fra loro; un'enorme quantità di citazioni cinematografiche; un amore puro e viscerale per la Settima Arte, che pochi hanno saputo dichiarare con altrettanta genuina sincerità.

Il personaggio che domina incontrastato l'intero film e il colonnello delle S.S. Hans Landa, magistralmente interpretato da un bravissimo Christoph Waltz. Originariamente la produzione aveva proposto per quel ruolo Leonardo Di Caprio, ma Quentin Tarantino obiettò che un attore tedesco (Waltz è austriaco) sarebbe stato più idoneo per quel ruolo. Inoltre, come ha ben imparato a proprie spese Warren Beatty, non è conveniente suggerire o cercare di imporre degli attori a Tarantino.
È indubbio che Christoph Waltz sia la più gradita sorpresa per il grande pubblico. La sua incarnazione del colonnello Landa è a dir poco superba. Egli, seguendo l'interessantissima caratterizzazione del proprio personaggio, gli conferisce ora una presenza melliflua, ma elegante, ora un profilo meschino, ma accattivante, ora un'inclinazione malvagia e terrificante, ma al contempo scanzonata e divertente.
E così troviamo un colonnello, segugio implacabile e investigatore dall'intelletto fino, che si destreggia fra massacri di ebrei e raccolte di indizi, fra organizzazioni della sicurezza del Reich e complotti ai suoi danni.
È semplicemente memorabile quando, durante il colloquio fra Landa e LaPadite, il colonnello domanda il permesso di fumare a propria volta la pipa e ne estrae una che non solo è enormemente più grande di quella del padrone di casa, ma è anche lo stesso modello utilizzato da Sherlock Holmes.

Accanto al colonnello Landa, per presenza scenica e per importanza narrativa, troviamo Shosanna Dreyfus, la vera protagonista del film, molto ben interpretata da Mélanie Laurent. La giovane attrice parigina, qui al suo primo film americano, dimostra una grande professionalità ed eccellenti doti espressive, che conferiscono al personaggio una forza dirompente ed una sontuosa eleganza. È lei a rivoluzionare le sorti del film dal principio fino alla fine.
Shosanna Dreyfus deve il proprio cognome all'attrice Julie Dreyfus, che nel film interpreta Francesca Mondino, ed è un personaggio letteralmente arso dal desiderio di vendicare il massacro della propria famiglia. A tratti dolce e malinconica, a tratti luciferina è semplicemente splendida sia quando indossa gli abiti da lavoro, sia quando domina la hall del cinema abbigliata come la Veronika Voss di Fassbinder.

Il terzo personaggio chiave è il tenente Aldo Raine, a propria volta perfettamente interpretato da un ottimo Brad Pitt. Personaggio tagliato a colpi di scure, forse è quello che più ha dato adito a certa parte della critica di affermare che Tarantino ha offerto una carrellata di personaggi piatti, superficiali e privi di qualsiasi spessore psicologico.
Naturalmente in questa sede non si condivide affatto questa affermazione. Il personaggio di Aldo Raine, infatti, benché possa apparire granitico e monocorde, come deve essere, è un personaggio costruito dal regista a regola d'arte. Come si è già detto in altre occasioni, non occorre spiegare al pubblico tutta la storia di un personaggio, ma in sede di sceneggiatura questa deve essere conosciuta fin nei minimi dettagli in modo da rendere il personaggio coerente con se stesso e con le proprie azione oltre a permettere all'attore, che deve interpretarlo, di immedesimarsi in esso, rinunciando alla propria immagine e assumendo quella del personaggio.
E così Brad Pitt, con una mascella quasi caricaturale e con una profonda cicatrice sulla gola, ci offre un'ottima incarnazione di un militare parzialmente ritagliato sul personaggio del maggiore Reisman (Lee Marvin) di "Quella Sporca Dozzina" ("The Dirty Dozen", 1967) di Robert Aldrich. Si pensi che, per esempio, durante le due ore e mezzo di film non sarà mai spiegato al pubblico la causa di quella cicatrice che solca la gola di Aldo Raine, ma anch'essa ha una propria storia.
Nel profilo del personaggio, infatti, è stato scritto che egli è sopravvissuto ad un tentativo di linciaggio durante il quale avevano cercato di impiccarlo. Di questi fatti si trova soltanto una eco nelle parole dello stesso Raine. La biografia di Aldo Raine è anche un omaggio al film di John Huston "L'Uomo dai Sette Capestri" ("The Life and Times of Judge Roy Bean", 1972) dove il personaggio interpretato da Paul Newman sopravvive appunto ad un (analogo) tentativo di linciaggio.

Tutti gli altri personaggi sono comunque ottimamente caratterizzati. Si pensi al narcisismo e all'ipocrisia celata da una falsa ironia dell'eroe nazista Fredrick Zoller (Daniel Brühl), alla ferocia sanguigna e sadica del sergente Donowitz (Eli Roth), allo charme ed alla vezzosità ambigua da cenerentola mancata della diva del Reich Bridget von Hammersmark (Diane Kruger), alla mascolina ed elementare brutalità del sergente Stiglitz (Til Schweiger), alla vanesia autoritarietà da critico cinematografico del tenete Archie Hicox (Michael Fassbender), alla spietata freddezza del maggiore Hellstrom (August Diehl). I personaggi storici, invece, come Goebbels (Sylvester Groth) e Hitler (Martin Wuttke) sono volutamente caricaturali per accentuare l'impostazione fiabesca che Tarantino ha conferito a questa sua opera.
Sono anche divertenti i cammei di Mike Meyers che interpreta il generale Ed Fenech (omaggio ad Edwige Fenech) e di Rod Taylor che incarna Winston Churchill.
In ogni modo tutti questi personaggi, e anche quelli che non sono stati citati, hanno un proprio spazio e un proprio ruolo ben definito e funzionale sotto un profilo narrativo.

Un film epico, dunque, ma con un impianto narrativo prossimo a quello della favola. Il titolo del primo capitolo di "Inglourious Basterds", infatti, non si limita ad essere un riferimento alla filmografia di Sergio Leone. Esso vuole conferire a tutta la vicenda le atmosfere di una favola.
Come è sempre accaduto nella filmografia di Tarantino, non esistono personaggi buoni, da intendersi come depositari di valori che discendono dall'etica e che riscuotano consenso nella morale comune, ma soltanto personaggi che per scelte, per prese di posizione e di schieramento, per comportamenti, ricoprono solo differenti gradi di cattiveria.
Ciò, tuttavia non preclude la classica suddivisione narrativa fra buoni e cattivi. Il pubblico si troverà sempre a parteggiare per un personaggio piuttosto che per un altro, anche quando questi siano in contrapposizione fra loro. Per esempio è impossibile non parteggiare per La Sposa in "Kill Bill", ma, al contempo, è impossibile non subire il fascino del suo principale nemico: Bill.
Lo stesso vale in "Inglourious Basterds". Fra tutti il personaggio più puro e assetato di una giusta e sacrosanta vendetta è quello di Shosanna Dreyfus. Eppure, lei non risulterà mai totalmente simpatica e difficilmente si instaurerà un rapporto di empatia fra il pubblico ed il suo personaggio. Quando invece prendiamo in considerazione Aldo Raine e il suo gruppo di Bastardi, assassini sadici e crudeli, risulterà quasi impossibile non provare per loro una forte simpatia.
Questo tuttavia vale anche per l'antagonista principale, ossia il poliedrico e poliglotta colonnello Hans Landa. È davvero difficile non amarlo anche grazie alla sua anima nera che lo spinge a compiere efferatezze, meschinità, tradimenti e scelte sempre dettate da un'autostima incommensurabile e da un profondo narcisismo.

Lo stesso personaggio di Hitler, che si manifesta come un'ottusa e grottesca personificazione del Male, suscita ilarità. Ed è difficile che le lacrime del goffo Goebbles, che si commuove ai complimenti del Führer, non suscitino un riso compassionevole e malizioso.
In sostanza, anche se manca la distinzione assiologica fra Buoni e Cattivi, è ben netta la distinzione ontologica fra parti contrapposte che restano in qualche modo prigioniere della separazione propria delle favole fra buoni e cattivi o, se si preferisce, fra cattivi per cui parteggiare e cattivi contro cui tifare.
A questo deve aggiungersi l'uso di armi simboliche come la mazza da baseball o lo stesso celluloide delle pellicole, oltre all'atto di raccogliere gli scalpi dei tedeschi uccisi, già visto nel film "Vento di Passioni" ("Legends of the Fall", 1994) di Edward Zwick ed interpretato dallo stesso Brad Pitt. Questo impianto favolistico è anche rafforzato da alcuni accadimenti specifici come la scarpa che Bridget von Hammersmark perde sul luogo della strage, lasciando un evidente indizio nella mani dell'investigatore Hans Sherlock Holmes Landa.
Per come è stata architettata la vicenda, il riferimento alla scarpetta di cristallo di Cenerentola è evidente, specie quando Landa le chiede di posare il piede sulla sua coscia per vedere se la scarpa sia calzante (scena che, se non fosse per il contesto generale, sembrerebbe uscita direttamente dal film della Walt Disney Pictures).
Questo ci permette anche di analizzare il sorprendente finale del film in cui tutti i capi del Terzo Reich vengono massacrati dai "buoni" all'interno del cinema di Shosanna, durante la proiezione di un film nazista intitolato "L'Orgoglio della Nazione". Bene questo non solo è il fulcro del film, ma è anche la sua principale chiave di lettura. "Inglourious Basterds" ha la struttura narrativa di una favola e nelle favole l'elemento dominante, quello capace di esorcizzare i mali di un mondo fin troppo reale, è la fantasia. E la fantasia è e deve essere anche l'elemento dominante del cinema.

"Io conosco poeti che spostano fiumi con il pensiero"
Roberto Vecchioni "Sogna, ragazzo, sogna".

E come i poeti della canzone di Vecchioni, Tarantino cambia la storia con la propria fantasia e lo fa rendendo un omaggio estremo alla Settima Arte. Il Nazismo, tanto nel film quanto nell'immaginario collettivo, rappresenta il Male. Il Male viene distrutto all'interno di un cinema e l'arma principale con cui questo viene distrutto è il celluloide delle pellicole di oltre cento film.
Il Cinema si presenta nella duplice funzione di strumento del potere ("L'Orgoglio della Nazione") e di grido di libertà (il film girato da Shosanna e da Marcel e attaccato alla pellicola diretta da Goebbles).
Ed è così che la Settima Arte vive di vita propria e si dimostra tanto potente da annientare qualsiasi male, incluso il tentativo di una sua strumentalizzazione.

Da quanto detto fino a questo momento risulta evidente quanto sia stata complessa la gestazione di ogni singolo personaggio. Questa complessità è compensata dalla semplicità della storia narrata. "Inglourious Basterds", benché sia uno scrigno che contiene un'immensità di perle cinematografiche, ha un impianto narrativo del tutto simile al già citato film di Robert Aldrich "Quella Sporca Dozzina". La scena con cui si apre il secondo capitolo del film, infatti, è assolutamente analoga a quella durante la quale Lee Marvin recluta i dodici detenuti.
Enumerare in questa sede tutte le citazioni e tutti i riferimenti cinematografici sarebbe un lavoro enciclopedico, tuttavia è interessante passarne in rassegna alcuni.

Oltre a tutta la filmografia di Sergio Leone e agli spaghetti western in generale, al film diretto da Enzo Castellari, a "La Battaglia di Alamo", a "L'Uomo dai Sette Capestri", a "Quella Sporca Dozzina", a "Cenerentola" in versione tragica, Tarantino, come accennato in precedenza, rende omaggio alla propria stessa cinematografia.
"Kill Bill" è in assoluto il film più citato in "Inglourious Basterds". Sotto un profilo estetico infatti ritroviamo la medesima grafica nei titoli di testa e in quelli di coda, la medesima suddivisione in capitoli, didascalie in sovrimpressione atte ad individuare alcuni personaggi, rapidi flashback per ricostruire rapidamente la storia di alcuni personaggi, in particolare quella del sergente Stiglitz. Da un punto di vista contenutistico le due pellicole sono accomunate dalla tematica della vendetta, ma, ancora di più, dalla situazione che risolve il quarto capitolo di "Bastardi Senza Gloria", intitolato "Operazione Kino".
Dopo la sparatoria nella taverna si instaura un braccio di forza dialettico fra Aldo Raine e il caporale Wilhelm Wicki (Gedeon Burkhard) che si trovava in quel luogo per festeggiare la notizia della nascita del suo primogenito. La situazione è narrata e sviluppata analogamente a quella vista in "Kill Bill" quando Beatrix, avendo appena scoperto di essere incinta, raggiunge un compromesso con la donna che era stata inviata per ucciderla.
Sempre durante quello stesso capitolo si trova anche un riferimento, assai meno evidente, a "Le Iene". Il giocoforza di pistole puntate sotto la tavola fra Hicox, Stiglitz e Hellstorm ricorda piuttosto da vicino il triangolo finale del primo film di Tarantino.
Un altro omaggio ancora meno evidente è rivolto al film, diretto da Tony Scott e scritto da Tarantino, "Una Vita al Massimo" ("True Romance", 1993) in cui Saul Rubineck interpreta un produttore cinematografico di nome Lee Donowitz (stesso cognome del personaggio di Eli Roth in "Bastardi Senza Gloria"), celebre per aver prodotto un film sulla guerra del Vietnam intitolato "Tornare a Casa Chiusi in un Sacco". Il riferimento è ancora più importante, poiché quello fu il film durante il quale si conobbero Quentin Tarantino e Brad Pitt, che interpretava il piccolo ruolo di Floyd, l'uomo capace di fumarsi qualsiasi cosa.
E per ultimo non si può non ricordare l'inquadratura finale che riprende dal basso verso l'alto Brad Pitt, affiancato da B.J. Novak, nell'atto di compiacersi della sua ultima incisione, definendola un capolavoro. Come non ricordare l'intenso primo piano di Robert de Niro nell'immagine finale di "C'era una volta in America"? Così come il sorriso di Noodles è il sorriso di Sergio Leone che si compiace della propria opera, allo stesso modo Aldo Raine è l'alter ego di Tarantino che commenta la sua ultima fatica.

È un Cinema d'intrattenimento quello realizzato da Quentin Tarantino, ma si tratta di un Cinema assai virtuoso ed elegante destinato a divertire tanto il pubblico quanto i suoi autori. Si pensi addirittura che, durante la scena del rogo finale, gli attori non hanno domandato che le riprese fossero interrotte. Per questo motivo Eli Roth e Omar Doom hanno riportato alcune lievi ustioni.

La regia di Quentin Tarantino come sempre è ottima. Tuttavia, ad eccezione di alcuni guizzi momentanei, durante i primi quattro capitoli del film è piuttosto contenuta e formale.
Nel quinto capitolo, invece, Tarantino sprigiona tutto il suo amore per i virtuosismi visivi, regalando al pubblico un'esperienza difficile da dimenticare. E ciò non deve essere reputato riduttivo, specie tenuto conto dell'economia generale del film, poiché questo quinto capitolo dura poco meno di sessanta minuti.
Il capitolo si apre con l'immagine statica di Shosanna Dreyfus che indossa un abito rosso da sera (come quello già citato di Veronika Voss) ed è appoggiata al muro a ridosso di una finestra circolare del proprio cinema. La vediamo riflessa nel vetro e in contrapposizione alle bandiere naziste, anch'esse naturalmente rosse. Questa prima immagine è dominata dal contrasto cromatico ed è suddivisa in quattro tempi: l'inquadratura statica con posizionamento centrale degli elementi; il piano ravvicinato in cui la fotografia adotta la regola dei terzi; un piano ulteriormente ravvicinato che contrappone Shosanna a se stessa, una scissione dell'io fra il passato e il presente, fra la sua falsa identità e quella vera, fra la quiete apparente e il piacere della vendetta; infine il profilo di Shosanna contrapposto alla bandiera nazista, il faccia a faccia fra due nemici.
Il tutto è accompagnato dalle note di "Putting out the Fire" di Giorgio Moroder e di David Bowie, già ascoltata ne "Il Bacio della Pantera" ("Cat People", 1982) di Paul Schrader. Questa staticità cede immediatamente il passo ad una serie di dettagli costruiti a regola d'arte e funzionali alla narrazione di quanto segue.
Dopo i dettagli è la dinamica, la cui concezione sta alla base dell'arte cinematografica, a farla da padrona.La macchina da presa si lancia in una serie di lunghi piani sequenza che offrono panoramiche interne di rara bellezza senza nulla togliere alla funzionalità narrativa. Anche i dialoghi vengono risolti, anziché con il solito ricorso alla tecnica del campo e controcampo (che è comunque necessariamente presente), con inquadrature dinamiche durante le quali la macchina da presa ruota intorno ai personaggi.
Il tutto è ovviamente anche intervallato da alcune immagini statiche funzionali alla narrazione e da numerose rapidissime soggettive.
È poi semplicemente magnifica la sequenza dello scontro fra Shosanna e Zoller nella cabina di proiezione durante la quale dominano le inquadrature dall'alto accompagnate dalle struggenti note del brano "Un Amico" di Ennio Morricone.

"Io ho un messaggio per la Germania. Vi annuncio che state tutti per morire. E voglio che guardiate bene in faccia il volto dell'ebrea che vi ucciderà".
Shosanna Dreyfus

Lo sterminio finale è semplicemente strepitoso, epico e corale al tempo stesso. A tratti ricorda anche le sequenze finali dello "Scarface" (1983) di Brian de Palma, specie nel modo adottato da Tarantino di inquadrare Donowitz e Ulmer mentre sparano con fucili mitragliatori.
Un tripudio di colori dominati dal contrasto non casuale fra il rosso e il nero, fra un fuoco epuratore e la risata infernale di Shosanna.
"Io sono Shosanna Dreyfus e questo è il volto della vendetta ebraica"

E così il Cinema trionfa sulla vita e sulla morte, sulla pace e sulla guerra, sul bene e sul male. Il Cinema regna incontrastato su tutto!

"Sai una cosa, Utivich? Questo potrebbe essere il mio capolavoro!"
Quentin Tarantino... no: Aldo Raine.

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 02/10/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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