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Esiste un filo conduttore tra Roma e l'HAVANA? Indubbiamente sì, e ha il nome e il volto di Tomas Milian.
Nato il 3 Marzo 1933 nella capitale cubana, vero nome Tomas Quintin Rodriguez, è figlio di un'importante famiglia aristocratica, suo padre è il generale al servizio del dittatore Machado, ma un drammatico avvenimento, frutto di sconvolgimenti politici (la presa al potere di Fulgenzio Batista e la fine della dittatura di Machado) provoca l'arresto del generale, il quale - una volta liberato - non riesce più a sostenere il peso della sconfitta, e inizia una lunga crisi depressiva che lo porterà prima in un'ospedale psichiatrico per cinque lunghi anni, e successivamente al suicidio.
Il giovane Tomas - distrutto da questo lutto famigliare - parte per gli States dove diventa uno studente dell'Actor's Studio di Lee Strasberg ed Elia Kazan, prima di trasferirsi definitivamente in Italia alla fine degli anni Cinquanta dove molti anni dopo prese la cittadinanza (1969).
Aveva già debuttato negli Usa in teatro in una piece di Meade Roberts, "Maidens and mistresses at home at the Zoo" e l'anno prima era stato tra gli interpreti della serie televisiva "Decoy". Fu però l'incontro con l'esuberante personalità di Jean Cocteau, che ne intuì le geniali doti di interprete, a decretargli il successivo ingresso nel mondo del cinema. Il regista Giancarlo Menotti adatta il difficile testo di Cocteau, "Il poeta e la musa", dove Milian affronta un ruolo importante e l'opera viene presentata con successo al Festival dei due Mondi di Spoleto. L'esordio nel mondo del cinema è di quelli importanti: su sceneggiatura di Pasolini, "LA NOTTE BRAVA" di Mauro Bolognini è uno dei film-chiave del post-neorealismo tra gli anni '50 e '60. Con i suoi primi film, Milian è una presenza interessante, uomo dal fisico prestante e dai tratti somatici non molto distanti da quelli di altri noti attori europei dell'epoca, da Laurent Terzieff a Nino Castelnuovo, da Jean Sorel a Horst Bucholtz.
Dotato di una notevole fotogenia, riesce a liberarsi presto dell'eccessiva indulgenza alla macchina da presa da actor's studio e seguire una recitazione controllata, spesso nevrotica ma mai sopra le righe, piena di interessanti sfumature.
I film che seguono sono tutti più o meno importanti. Da segnalare "IL BELL'ANTONIO" ancora di Bolognini, "L'IMPREVISTO" di Lattuada, il sottovalutato "UN GIORNO DA LEONI" di Nanni Loy che rievoca un episodio della Resistenza, l'episodio "Il lavoro" di Luchino Visconti (dal film "BOCCACCIO '70") - dove l'attore dà vita a spassose scene di crisi coniugale borghese insieme alla splendida Romy Schneider - lo sfortunato "MARE MATTO" di Castellani e il geniale "La ricotta" di Pasolini (da "ROGOPAG").
Dopo il successo del Moraviano "GLI INDIFFERENTI" e la partecipazione a un tronfio biopic su Michelangelo ("IL TORMENTO E L'ESTASI") la carriera di Milian subisce la prima trasformazione. Il cinema italiano è sempre più in crisi, e le mode del momento sembrano essere quelle dei film mitologici o dei geniali horror di Bava, ma dai sottofiloni nasce anche una riscoperta tardiva del film poliziesco nostrano e - grazie ai primi western di Sergio Leone Damiani o Duccio Tessari - l'attore seguirà questa strada, allontanandosi dal clichè del bel giovanotto di estrazione borghese, o al contrario dall'uomo in piena crisi sociale, cui il cinema di Bolognini in part. era legato. Di questi anni rimangono impressi soprattutto gli spaghetti-western di Sollima, "LA RESA DEI CONTI" (1967), "FACCIA A FACCIA" (1967) e "CORRI UOMO CORRI", oltre a un paio di caratterizzazioni importanti in due film d'autore, "BANDITI A MILANO" di Lizzani e "I CANNIBALI" di Liliana Cavani. Altrettanto importante è il ruolo del giornalista che indaga su un pericoloso serial killer nel celebre "NON SI SEVIZIA UN PAPERINO" (1973) di Lucio Fulci.
Ma sarà solo col personaggio del commissario Nico Giraldi, in arte "Monnezza", nato principalmente come risposta italiana al Serpico di Lumet con AL PACINO - che la sua fama accresce rapidamente e ovunque. I puristi del cinema per anni hanno sparso fango sul cosiddetto "degrado di un personaggio volgare e sboccato, indegno per un attore della preparazione di Milian" ma resta il fatto che non solo ancor oggi il nome di Milian è associato alla figura del "lurido" commissario ma è altrettanto più popolare del suo nome d'arte. Per quanto il doppiaggio di "ER MONNEZZA" - commissario atipico quanto e più del tenente Colombo, con le sue scarpe da tennis, la barba incolta, i capelli lunghi e il gergo romanesco più coatto di sempre - fu della voce di Ferruccio Amendola, le battute e lo script (non solo ne "LA BANDA DEL GOBBO" per intenderci) furono farina del sacco dello stesso Milian. E' difficile ancor oggi capire il successo di questo personaggio "scomodo", assunto a icona del trash italiano, ma probabilmente i motivi sono molteplici: funzionale allo spirito sociale dei film di Bruno Corbucci o Umberto Lenzi, è un'uomo con cui ci si identifica facilmente, al di là del facile campanilismo che puo' suggerire la sua attitudine, da "Trilussa dei poveri" e dalla modestia proverbiale delle pellicole. Il Monnezza si trova dunque ad assumere un significato ben preciso, l'identificazione con quei ceti medio-bassi che non sono ancora la trasfigurazione borghese e qualunquista degli anni successivi, affidati a Vanzina o a Neri Parenti. Gli amanti del trash ricordano ancora - oltre al particolarissimo gergo romanesco del personaggio - le famose spalle di caratteristi come Bombolo, Enzo Cannavale (irresistibile in "ASASSINIO AL RISTORANTE CINESE") e Jimmy Il Fenomeno (Luigi Soffrano, praticamente il "figurante" più celebrato d'Italia).
Nei primi anni ottanta anche Nico Giraldi soffre di un certo calo di popolarità, e Milian - dopo essere apparso nel controverso "IDENTIFICAZIONE DI UNA DONNA" di Antonioni suscitando le perplessità dei fans dell'ultima ora, accetta più ruoli dagli Stati Uniti come l'eccellente "OLTRE OGNI RISCHIO" di Abel Ferrara, "JFK" di Stone, "AMISTAD" di Spielberg e l'ambizioso "TRAFFIC" di Siodelbergh, ma purtroppo anche qualche fiasco di troppo (il disastroso "REVENGE" di T. Scott e l'altrettanto irrilevante "HAVANA" di Sidney Pollack.
E in questi giorni, a 12 anni da "DELITTO AL BLUE GAY", il personaggio del commissario Giraldi è stato rivisitato da Vanzina con Claudio Amendola nelle vesti insolite dell'erede. In piena rivalutazione trash (la collana retrospettiva all'ultima mostra di Venezia voluta da Quentin Tarantino che ne ha sdoganato positivamente la fama), non c'è da stupirsi. In fondo è anche questione di estetica e antiestetica cinematografica: potrà forse Monnezza - nel lieto ricordo dei cinema chiassosi e invecchiati di decenni fa - assurgere a icona dai patinati cineplex multisala e dal mondo dei dvd?
Quien sabe. In ogni caso, Milian resta un'attore capace di fare di più e di meglio, come ha dimostrato in passato.
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Biografia a cura di kowalsky - ultimo aggiornamento 09/05/2005
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